Fabrizio DeAndrè
SMISURATA PREGHIERA
Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità
Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine
P per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità
di verità
Per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità
ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere
"I swear to God, if I were a piano player or an actor or something and all those dopes thought I was terrific, I'd hate it. I wouldn't even want them to clap for me. People always clap for the wrong things". "(Holden Caulfield/JDSalinger - The catcher in the rye)
Tuesday, March 22, 2005
Una canzone :F.DeAndrè, La domenica delle salme
La Domenica Delle Salme
Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggiava Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento.
I polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade.
La domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del tua culpa
affollarono i parrucchieri.
Nell'assolata galera patria
il secondo secondino
disse a "Baffi di Sego" che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
d annunciare l'amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
- voglio vivere in una città
dove all'ora dell'aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo -
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile.
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
- quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare -.
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta poi ci mandarono a cagare
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo -
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d'Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.
Fabrizio de Andrè (1990)
Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggiava Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento.
I polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade.
La domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del tua culpa
affollarono i parrucchieri.
Nell'assolata galera patria
il secondo secondino
disse a "Baffi di Sego" che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
d annunciare l'amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro
il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
- voglio vivere in una città
dove all'ora dell'aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo -
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile.
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
- quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare -.
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta poi ci mandarono a cagare
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo -
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d'Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.
Fabrizio de Andrè (1990)
Saturday, March 12, 2005
Totò Riina : "i giudici sono comunisti"
"I giudici sono comunisti e non perseguono fini di giustizia, ma intendono favorire la sinistra ed usano le loro funzioni per screditare gli avversari politici".
Totò Riina, udienza al Tribunale di Reggio Calabria 25/5/94
MEDITATE GENTE !
Totò Riina, udienza al Tribunale di Reggio Calabria 25/5/94
MEDITATE GENTE !
Berlu Antropologo della magistratura
«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»
Berlu 2003
QUALSIASI COMMENTO MI PARE SUPERFLUO.
Berlu 2003
QUALSIASI COMMENTO MI PARE SUPERFLUO.
Totò Riina :"Queste sono tutte invenzioni dei comunisti"
ha detto Totò Riina ... “Queste sono tutte invenzioni dei comunisti, come il giornalista Lacchi (Arlacchi n.d.r.) o Caselle da Palermo (Caselli n.d.r.)”
MEDITATE GENTE..MEDITATE!
MEDITATE GENTE..MEDITATE!
INTERVISTA ALL'EX MARINE MASSEY: "NOI, KILLER AI CHECKPOINT, LE REGOLE NON CI SONO PIÙ"
INTERVISTA ALL'EX MARINE MASSEY: "NOI, KILLER AI CHECKPOINT, LE REGOLE NON CI SONO PIÙ"
Riccardo Stagliano
Roma, 10 marzo 2005
Il sergente Jimmy Massey è stato nei marines per 12 anni prima di finire in Iraq. Nell'aprile 2003 al checkpoint che comandava sono stati uccisi, in 48 ore, una trentina di civili: "Ci sono voluti due giorni perché ci spiegassero che il nostro alzare il braccio per intimare l'alt era interpretato come un gesto di saluto". Ha cominciato a non dormire più e ha protestato con i superiori. Rispedito a casa per "disordine da stress post-traumatico" è stato "congedato con onore" nel dicembre 2003. Oggi gira l'America raccontando quello che ha visto "perché in Iraq tutte le regole d'ingaggio e la Convenzione di Ginevra sono saltate".
Com'è possibile un malinteso del genere?
"Ricevevamo quotidianamente intelligence che ci mettevano in guardia contro gli attacchi suicidi, la nostra ansia veniva ingrassata da inviti a sospettare di donne e bambini, delle ambulanze: tutti gli iracheni erano dipinti come terroristi. Le dita scattano più facilmente sul grilletto con un trattamento del genere".
Sì, ma le regole d'ingaggio?
"Prima alzavamo il braccio - o accendevamo un faro di notte - poi una raffica di avvertimento (in un paese dove tutti sparano per aria per festeggiare) e quindi si mirava all'auto. Ma l'intervallo tra queste tre fasi si riduceva sempre più. Avevamo chiesto delle vere barricate per costringere al rallentamento, ma i nostri genieri ci dissero che non erano essenziali. In verità si era pronti a correre il rischio di fare vittime innocenti per dimostrare chi fosse il più forte in campo".
Erano davvero terroristi?
"Nessuno, dalle auto su cui abbiamo sparato, ha mai risposto al fuoco. E mai, nelle perquisizioni sulle vetture, abbiamo trovato armi. Soldi in contanti, piuttosto, di gente che cercava di scappare. Ricordo la faccia insanguinata di una bambina di 6 anni, e gli occhi dell'unico sopravvissuto di una Kia rossa dalle parti dello stadio di Bagdad che continuava a ripetermi: "Perché avete ucciso mio fratello?"".
E lei cosa ha fatto?
"Io sono andato dal mio comandante e gli ho detto che stavamo facendo dei massacri inutili. Lui mi ha detto che avevo bisogno di riposo e di vedere uno psicologo. Mi hanno rimandato a casa".
I suoi soldati la pensavano come lei?
"Non è il loro mestiere mettere in discussione gli ordini. Erano ragazzi contenti del loro lavoro. E quando qualcuno ha cominciato a venire da me con dei dubbi, il mio compito era di mantenerli motivati per far sì che tornassero a casa interi. A loro dicevo "tornate a combattere", ma dentro non resistevo più. Violavamo tutte le regole che ci avevano insegnato".
Ha letto dell'agente italiano ucciso?
"Sì, e sapendo come funzionano i checkpoint non mi sorprende affatto: prima si spara, poi si fanno le domande. Non c'era alcuna linea guida sulla velocità dell'auto. Lo vado dicendo in giro da un anno ormai. Sapevo che era questione di tempo prima che lo scandalo venisse a galla. Tragicamente ci voleva una vittima famosa per denunciare anche i tanti iracheni morti".
Riccardo Stagliano
Roma, 10 marzo 2005
Il sergente Jimmy Massey è stato nei marines per 12 anni prima di finire in Iraq. Nell'aprile 2003 al checkpoint che comandava sono stati uccisi, in 48 ore, una trentina di civili: "Ci sono voluti due giorni perché ci spiegassero che il nostro alzare il braccio per intimare l'alt era interpretato come un gesto di saluto". Ha cominciato a non dormire più e ha protestato con i superiori. Rispedito a casa per "disordine da stress post-traumatico" è stato "congedato con onore" nel dicembre 2003. Oggi gira l'America raccontando quello che ha visto "perché in Iraq tutte le regole d'ingaggio e la Convenzione di Ginevra sono saltate".
Com'è possibile un malinteso del genere?
"Ricevevamo quotidianamente intelligence che ci mettevano in guardia contro gli attacchi suicidi, la nostra ansia veniva ingrassata da inviti a sospettare di donne e bambini, delle ambulanze: tutti gli iracheni erano dipinti come terroristi. Le dita scattano più facilmente sul grilletto con un trattamento del genere".
Sì, ma le regole d'ingaggio?
"Prima alzavamo il braccio - o accendevamo un faro di notte - poi una raffica di avvertimento (in un paese dove tutti sparano per aria per festeggiare) e quindi si mirava all'auto. Ma l'intervallo tra queste tre fasi si riduceva sempre più. Avevamo chiesto delle vere barricate per costringere al rallentamento, ma i nostri genieri ci dissero che non erano essenziali. In verità si era pronti a correre il rischio di fare vittime innocenti per dimostrare chi fosse il più forte in campo".
Erano davvero terroristi?
"Nessuno, dalle auto su cui abbiamo sparato, ha mai risposto al fuoco. E mai, nelle perquisizioni sulle vetture, abbiamo trovato armi. Soldi in contanti, piuttosto, di gente che cercava di scappare. Ricordo la faccia insanguinata di una bambina di 6 anni, e gli occhi dell'unico sopravvissuto di una Kia rossa dalle parti dello stadio di Bagdad che continuava a ripetermi: "Perché avete ucciso mio fratello?"".
E lei cosa ha fatto?
"Io sono andato dal mio comandante e gli ho detto che stavamo facendo dei massacri inutili. Lui mi ha detto che avevo bisogno di riposo e di vedere uno psicologo. Mi hanno rimandato a casa".
I suoi soldati la pensavano come lei?
"Non è il loro mestiere mettere in discussione gli ordini. Erano ragazzi contenti del loro lavoro. E quando qualcuno ha cominciato a venire da me con dei dubbi, il mio compito era di mantenerli motivati per far sì che tornassero a casa interi. A loro dicevo "tornate a combattere", ma dentro non resistevo più. Violavamo tutte le regole che ci avevano insegnato".
Ha letto dell'agente italiano ucciso?
"Sì, e sapendo come funzionano i checkpoint non mi sorprende affatto: prima si spara, poi si fanno le domande. Non c'era alcuna linea guida sulla velocità dell'auto. Lo vado dicendo in giro da un anno ormai. Sapevo che era questione di tempo prima che lo scandalo venisse a galla. Tragicamente ci voleva una vittima famosa per denunciare anche i tanti iracheni morti".
Tuesday, March 08, 2005
Un Libro : "Figlio di partito. Visti da bambino gli amici di papà" di Alfonso Sciangula (Armando Siciliano Editore)
Un Libro sulla politica mafioso-clientelare scritto dal figlio di un politico siciliano che "ha sputato sul piatto su cui ha mangiato", gli dicono.
recensione di Maria Mazzei
Un libro a metà tra l'ingenuo racconto di un bambino alle prese con cose da grandi e la lucida accusa ad un intero sistema di potere questo "Figlio di partito. Visti da bambino gli amici di papà" di Alfonso Sciangula (Armando Siciliano Editore). E' il racconto del figlio appunto di Salvatore Sciangula, importante uomo politico siciliano che nella sua lunga carriera ricoprì incarichi nel governo della regione Siciliana e più tardi di capogruppo all'Assemblea regionale. Un figlio d'arte insomma Alfonso Sciangula, anzi di partito; che annovera tra gli eccellenti parenti anche Giuseppe Sinesio, sottosegretario in vari ministeri e poi vice presidente del partito negli anni Settanta. Entrambi ex sindaci di Porto Empedocle (nell'agrigentino) ed entrambi appartenenti alla potente Democrazia Cristiana siciliana, alla corrente andreottiana.
Alfonso Sciangula – cui viene rimproverato di «sputare nel piatto nel quale ha mangiato» - ripercorre la sua infanzia scandita dalle visite, dagli incontri e dai comizi del padre cui assiste con sorprendente curiosità; troppa curiosità, fino al punto di venire allontanato da certe riunioni. Ma l'esclusione non fa che aumentare la voglia di sapere di capire e di investigare i meccanismi di una pratica politica della quale il padre era maestro ed artefice. Politica clientelare, quella vecchio stile, in cui il cittadino-suddito veniva ascoltato ed esaudito dal suo padrino politico; in cui i partiti e i loro vari esponenti locali e nazionali altro non erano se non portatori di doti, di servizi e di relazioni. «Una volta - scrive Sciangula - chiesi a mio padre come si facesse a ricoprire un incarico di alta responsabilità». E il padre - il maestro - risponde che conquistare una poltrona è come «partecipare ad un'asta in cui ogni partecipante portava qualcosa da offrire e da porre sul piatto della bilancia per essere soppesato».
Questa era la politica ai tempi di Sciangula, fino all'avvento della fantomatica Seconda Repubblica. Una politica che conosceva bene anche la mafia, naturalmente. Tanto bene da conoscere alla perfezione che anche il linguaggio doveva essere uno strumento ben mediato dell'attività di propaganda: mai parlare di mafia, di latitanti, e soprattutto di antimafia. Alla mafia, per Sciangula, in pochi hanno resistito: resistito «al richiamo dell'accordo facile, del compromesso spartitorio, che assicurava favori e protezione da un lato e voti e/o soldi da riciclare dall'altro». Appare ineluttabile la scelta di colludere con la mafia, quando l'autore amaro afferma che «sono pochi, anzi inesistenti, i partiti che in Sicilia non hanno avuto rapporti di connivenza con la mafia».
Si tratta di una politica marcia, all'interno e all'esterno dei partiti. In cui un politico non deve solo comprarsi i voti del proprio compagno di squadra, che gli è negato per lotte intestine; ma talvolta anche quello della squadra avversa, in un consociativismo cui non erano estranei il sistema imprenditoriale e quello dell'informazione. E' il sistema che ben conosciamo, quello di Tangentopoli. Scoppiato e mai risolto perché – come sostiene l'autore - la Verità, quella che ha lasciato dentro le istituzioni e dentro l'amministrazione pubblica le "talpe" che allora come oggi assicurano impunità e protezione - fino a che il cavallo è in sella e poi di nuovo a disposizione per il novello potente del momento - sono rimaste al loro posto. E quel sistema, quello di Tangentopoli, sarebbe caduto non per i colpi dei moralizzatori, ma per la sua stessa insostenibilità. E' stato l'enorme debito pubblico che ha scompaginato le carte, più delle «accuse, delle indagini, delle condanne e delle reticenze della stessa magistratura che per anni non era intervenuta, così come non era intervenuta la Corte dei COnti, il Tar, il Co.re.co e quant'altrio dovevano controllare e non hanno controllato».
Una sorta di bestiario moderno in cui gli amici di papa si muovono sul palcoscenico di un sistema politico malato che produce malattia. Sono molti gli “attori” di questa recita tragicomica in un gioco - quello proposto dall’autore - di identificazione possibile solo attraverso la decodifica di soprannomi, linguaggi e vezzi. Come a dire – chissà se a ragione -: sono tutti uguali.
da www.cuntrastasmu.org
recensione di Maria Mazzei
Un libro a metà tra l'ingenuo racconto di un bambino alle prese con cose da grandi e la lucida accusa ad un intero sistema di potere questo "Figlio di partito. Visti da bambino gli amici di papà" di Alfonso Sciangula (Armando Siciliano Editore). E' il racconto del figlio appunto di Salvatore Sciangula, importante uomo politico siciliano che nella sua lunga carriera ricoprì incarichi nel governo della regione Siciliana e più tardi di capogruppo all'Assemblea regionale. Un figlio d'arte insomma Alfonso Sciangula, anzi di partito; che annovera tra gli eccellenti parenti anche Giuseppe Sinesio, sottosegretario in vari ministeri e poi vice presidente del partito negli anni Settanta. Entrambi ex sindaci di Porto Empedocle (nell'agrigentino) ed entrambi appartenenti alla potente Democrazia Cristiana siciliana, alla corrente andreottiana.
Alfonso Sciangula – cui viene rimproverato di «sputare nel piatto nel quale ha mangiato» - ripercorre la sua infanzia scandita dalle visite, dagli incontri e dai comizi del padre cui assiste con sorprendente curiosità; troppa curiosità, fino al punto di venire allontanato da certe riunioni. Ma l'esclusione non fa che aumentare la voglia di sapere di capire e di investigare i meccanismi di una pratica politica della quale il padre era maestro ed artefice. Politica clientelare, quella vecchio stile, in cui il cittadino-suddito veniva ascoltato ed esaudito dal suo padrino politico; in cui i partiti e i loro vari esponenti locali e nazionali altro non erano se non portatori di doti, di servizi e di relazioni. «Una volta - scrive Sciangula - chiesi a mio padre come si facesse a ricoprire un incarico di alta responsabilità». E il padre - il maestro - risponde che conquistare una poltrona è come «partecipare ad un'asta in cui ogni partecipante portava qualcosa da offrire e da porre sul piatto della bilancia per essere soppesato».
Questa era la politica ai tempi di Sciangula, fino all'avvento della fantomatica Seconda Repubblica. Una politica che conosceva bene anche la mafia, naturalmente. Tanto bene da conoscere alla perfezione che anche il linguaggio doveva essere uno strumento ben mediato dell'attività di propaganda: mai parlare di mafia, di latitanti, e soprattutto di antimafia. Alla mafia, per Sciangula, in pochi hanno resistito: resistito «al richiamo dell'accordo facile, del compromesso spartitorio, che assicurava favori e protezione da un lato e voti e/o soldi da riciclare dall'altro». Appare ineluttabile la scelta di colludere con la mafia, quando l'autore amaro afferma che «sono pochi, anzi inesistenti, i partiti che in Sicilia non hanno avuto rapporti di connivenza con la mafia».
Si tratta di una politica marcia, all'interno e all'esterno dei partiti. In cui un politico non deve solo comprarsi i voti del proprio compagno di squadra, che gli è negato per lotte intestine; ma talvolta anche quello della squadra avversa, in un consociativismo cui non erano estranei il sistema imprenditoriale e quello dell'informazione. E' il sistema che ben conosciamo, quello di Tangentopoli. Scoppiato e mai risolto perché – come sostiene l'autore - la Verità, quella che ha lasciato dentro le istituzioni e dentro l'amministrazione pubblica le "talpe" che allora come oggi assicurano impunità e protezione - fino a che il cavallo è in sella e poi di nuovo a disposizione per il novello potente del momento - sono rimaste al loro posto. E quel sistema, quello di Tangentopoli, sarebbe caduto non per i colpi dei moralizzatori, ma per la sua stessa insostenibilità. E' stato l'enorme debito pubblico che ha scompaginato le carte, più delle «accuse, delle indagini, delle condanne e delle reticenze della stessa magistratura che per anni non era intervenuta, così come non era intervenuta la Corte dei COnti, il Tar, il Co.re.co e quant'altrio dovevano controllare e non hanno controllato».
Una sorta di bestiario moderno in cui gli amici di papa si muovono sul palcoscenico di un sistema politico malato che produce malattia. Sono molti gli “attori” di questa recita tragicomica in un gioco - quello proposto dall’autore - di identificazione possibile solo attraverso la decodifica di soprannomi, linguaggi e vezzi. Come a dire – chissà se a ragione -: sono tutti uguali.
da www.cuntrastasmu.org
Sunday, March 06, 2005
Una legge giusta : Divieto di fumare nei luoghi pubblici
Ringrazio il ministro Sirchia e la maggioranza per una sola cosa: la legge che vieta il fumo nei luoghi aperti al pubblico. Finalmente una legge che cerca di tutelare chi non vuole subire l'idiozia degi altri...
Per il resto , Berlusconi tornatene a casa.
Per il resto , Berlusconi tornatene a casa.
Ricordando Raquel Corrie : Pacifista 23enne uccisa nel 2003 dalle ruspe israeliane
La guerra di Rachel
Rachel Corrie, una pacifista ventitreenne americana, è stata schiacciata e uccisa da una ruspa mentre tentava di impedire che l'esercito israeliano distruggesse le case nella striscia di Gaza. In una straordinaria serie di e-mail dirette alla sua famiglia spiega per quali motivi rischiava la vita.
7 febbraio 2003
Ciao amici e famiglia e tutti gli altri, sono in Palestina da due settimane e un'ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome - Alì - o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri. I bambini amano anche farmi esercitare le poche conoscenze che ho di arabo chiedendomi "Kaif Sharon?" "Kaif Bush?" e ridono quando dico, "Bush Majnoon", "Sharon Majnoon" nel poco arabo che conosco. (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo. Sharon è pazzo.).
Certo, questo non è esattamente quello che credo e alcuni degli adulti che sanno l'inglese mi correggono: "Bush mish Majnoon" ... Bush è un uomo d'affari. Oggi ho tentato di imparare a dire "Bush è uno strumento" (Bush is a tool), ma non penso che si traduca facilmente. In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di otto anni molto più consapevoli del funzionamento della struttura globale del potere di quanto lo fossi io solo pochi anni fa.
Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l'esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l'esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l'acqua mentre l'esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l'oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito. Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall'altro lato del confine. "Vai! Vai!" mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto "come ti chiami?". C'è qualcosa di preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni.
Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento dire che un'escalation nella guerra contro l'Iraq è inevitabile. Qui sono molto preoccupati della "rioccupazione di Gaza". Gaza viene rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per i popoli dell'intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi. Un saluto a tutti. Un saluto alla mia mamma. Un saluto a smooch. Un saluto a fg e a barnhair e a sesamees e alla Lincoln School. Un saluto a Olympia.
Rachel
20 febbraio 2003
Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi. Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo. Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale. La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C'è chi parla della "rioccupazione di Gaza", ma dubito seriamente che stia per succedere questo, perché credo che in questo momento sarebbe una mossa geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle piccole incursioni al di sotto del livello di attenzione dell'opinione pubblica internazionale, e forse il paventato "trasferimento di popolazione". Per il momento non mi muovo da Rafah, non penso di partire per il nord. Mi sento ancora relativamente al sicuro e nell'eventualità di un'incursione più massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il rischio più probabile sia l'arresto. Un'azione militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione molto più forte di quanto non facciano le strategie di Sharon basate sugli omicidi che interrompono i negoziati di pace e sull'arraffamento delle terre, strategie che al momento stanno servendo benissimo allo scopo di fondare colonie dappertutto, eliminando lentamente ma inesorabilmente ogni vera possibilità di autoderminazione palestinese. Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma - vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel 27.02.03 (alla madre) Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l'adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po' della realtà della situazione. Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l'esercito israeliano in quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese. Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini furono rastrellati la scorsa domenica e confinati fuori dall'insediamento mentre si sparava sopra le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da vivere a 300 persone. L'esplosivo era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero ritornati. Mi spaventava pensare che per quest'uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati che restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni, ma proprio questo papà con i suoi due bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia attenzione in quel particolare momento, forse perché pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri problemi di traduzione. Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono, di come la violenza dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti di crescita economica per Rafah sono oggi completamente distrutte: l'aeroporto internazionale di Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per il commercio con l'Egitto (oggi con una gigantesca torre per cecchini israeliani al centro del punto di attraversamento); accesso al mare (tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e dalla colonia di Gush Katif). Dall'inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma vivevano lungo il confine. Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l'Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso. E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po' violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch'io. Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l'esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati Uniti, tutto questo sembra iperbole. Sinceramente, la grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa sembrare tutto così irreale. Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere nel mondo senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero, di nuovo, come già mi era successo in passato, vedere come possiamo far diventare così orribile questo mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che forse non riuscivate a credere completamente a quello che vi dicevo. Penso che sia meglio così, perché credo soprattutto all'importanza del pensiero critico e indipendente. E mi rendo anche conto che, quando parlo con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le mie affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran parte questo è perché so che fate anche le vostre ricerche. Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce un'eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di persone. Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in un ovile - Gaza - da cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come genocidio. Anche se potessero uscire, credo che si potrebbe sempre qualificare come genocidio. Forse potreste cercare una definizione di genocidio secondo il diritto internazionale. Non me la ricordo in questo momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere meglio questi concetti. Non mi piace usare questi termini così carichi. Credo che mi conoscete sotto questo punto di vista: io do veramente molto valore alle parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni e di permettere alle persone di tirare le proprie conclusioni. Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere. Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana. Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, "questo è il vasto mondo e sto arrivando!" Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio. Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina, probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l'esercito israeliano dovesse porre fine alla loro tradizione razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che io anch'io sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio governo è in larga misura responsabile. Voglio bene a te e a papà. Scusatemi il lungo papiro. OK, uno sconosciuto vicino a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e ringraziarli. Rachel
28 Febbraio 2003 (alla madre) Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail. Mi aiuta davvero ricevere le tue parole, e quelle di altri che mi vogliono bene. Dopo averti scritto ho perso i contatti con il mio gruppo per circa dieci ore: le ho passate in compagnia di una famiglia che vive in prima linea a Hi Salam. Mi hanno offerto la cena, e hanno pure la televisione via cavo. Nella loro casa le due stanze che danno sulla facciata sono inutilizzabili perché i muri sono crivellati da colpi di arma da fuoco, perciò tutta la famiglia - padre, madre e tre bambini-dorme nella stanza dei genitori. Io ho dormito sul pavimento, accanto a Iman, la bimba più piccola, e tutti eravamo sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po' il figlio maschio con i compiti d'inglese e abbiamo guardato tutti insieme Pet Semetery, che è un film davvero terrificante. Penso che per loro sia stato un gran divertimento vedere come quasi non riuscivo a guardarlo. Da queste parti il giorno festivo è venerdì, e quando mi sono svegliata stavano guardando i Gummy Bears doppiati in arabo. Così ho fatto colazione con loro, e sono rimasta un po' lì seduta così, a godermi la sensazione di stare in mezzo a quel groviglio di coperte, insieme alla famiglia che guardava quello che a me faceva l'effetto dei cartoni della domenica mattina. Poi ho fatto un pezzo di strada a piedi fino a B'razil, che è dove vivono Nidal, Mansur, la Nonna, Rafat e tutto il resto della grande famiglia che mi ha letteralmente adottata a cuore aperto. (A proposito, l'altro giorno, la Nonna mi ha fatto una predica mimata in arabo: era tutto un gran soffiare e additare lo scialle nero. Sono riuscita a farle dire da Nidal che mia madre sarebbe stata contentissima di sapere che qui c'è qualcuno che mi fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni). Ho conosciuto una loro cognata, che è venuta a trovarli dal campo profughi di Nusserat, e ho giocato con il suo bebè. L'inglese di Nidal migliora di giorno in giorno. È lui a chiamarmi "sorella". Ha anche cominciato ad insegnare alla Nonna a dire "Hello. How are you?" in inglese. Si sente costantemente il rumore dei carri armati e dei bulldozer che passano, eppure tutte queste persone riescono a mantenere un sincero buon umore, sia tra loro che nei rapporti con me. Quando sono in compagnia di amici palestinesi mi sento un po' meno orripilata di quando cerco di impersonare il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di raccoglitrice di testimonianze, o di quando partecipo ad azioni di resistenza diretta. Danno un ottimo esempio del modo giusto di vivere in mezzo a tutto questo nel lungo periodo. So che la situazione in realtà li colpisce - e potrebbe alla fine schiacciarli - in un'infinità di modi, e tuttavia mi lascia stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a difendere in così grande misura la loro umanità - le risate, la generosità, il tempo per la famiglia - contro l'incredibile orrore che irrompe nelle loro vite e contro la presenza costante della morte. Dopo stamattina mi sono sentita molto meglio. In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell'essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili - anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo. Rachel
Traduzioni di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila - Traduttori per la Pace
Rachel Corrie, una pacifista ventitreenne americana, è stata schiacciata e uccisa da una ruspa mentre tentava di impedire che l'esercito israeliano distruggesse le case nella striscia di Gaza. In una straordinaria serie di e-mail dirette alla sua famiglia spiega per quali motivi rischiava la vita.
7 febbraio 2003
Ciao amici e famiglia e tutti gli altri, sono in Palestina da due settimane e un'ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome - Alì - o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri. I bambini amano anche farmi esercitare le poche conoscenze che ho di arabo chiedendomi "Kaif Sharon?" "Kaif Bush?" e ridono quando dico, "Bush Majnoon", "Sharon Majnoon" nel poco arabo che conosco. (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo. Sharon è pazzo.).
Certo, questo non è esattamente quello che credo e alcuni degli adulti che sanno l'inglese mi correggono: "Bush mish Majnoon" ... Bush è un uomo d'affari. Oggi ho tentato di imparare a dire "Bush è uno strumento" (Bush is a tool), ma non penso che si traduca facilmente. In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di otto anni molto più consapevoli del funzionamento della struttura globale del potere di quanto lo fossi io solo pochi anni fa.
Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l'esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l'esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l'acqua mentre l'esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l'oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito. Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall'altro lato del confine. "Vai! Vai!" mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto "come ti chiami?". C'è qualcosa di preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni.
Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento dire che un'escalation nella guerra contro l'Iraq è inevitabile. Qui sono molto preoccupati della "rioccupazione di Gaza". Gaza viene rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per i popoli dell'intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi. Un saluto a tutti. Un saluto alla mia mamma. Un saluto a smooch. Un saluto a fg e a barnhair e a sesamees e alla Lincoln School. Un saluto a Olympia.
Rachel
20 febbraio 2003
Mamma, adesso l'esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi. Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall'altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo. Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale. La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C'è chi parla della "rioccupazione di Gaza", ma dubito seriamente che stia per succedere questo, perché credo che in questo momento sarebbe una mossa geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle piccole incursioni al di sotto del livello di attenzione dell'opinione pubblica internazionale, e forse il paventato "trasferimento di popolazione". Per il momento non mi muovo da Rafah, non penso di partire per il nord. Mi sento ancora relativamente al sicuro e nell'eventualità di un'incursione più massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il rischio più probabile sia l'arresto. Un'azione militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione molto più forte di quanto non facciano le strategie di Sharon basate sugli omicidi che interrompono i negoziati di pace e sull'arraffamento delle terre, strategie che al momento stanno servendo benissimo allo scopo di fondare colonie dappertutto, eliminando lentamente ma inesorabilmente ogni vera possibilità di autoderminazione palestinese. Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una parola d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma - vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. Rachel 27.02.03 (alla madre) Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l'adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po' della realtà della situazione. Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l'esercito israeliano in quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese. Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini furono rastrellati la scorsa domenica e confinati fuori dall'insediamento mentre si sparava sopra le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da vivere a 300 persone. L'esplosivo era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero ritornati. Mi spaventava pensare che per quest'uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati che restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni, ma proprio questo papà con i suoi due bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia attenzione in quel particolare momento, forse perché pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri problemi di traduzione. Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono, di come la violenza dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti di crescita economica per Rafah sono oggi completamente distrutte: l'aeroporto internazionale di Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per il commercio con l'Egitto (oggi con una gigantesca torre per cecchini israeliani al centro del punto di attraversamento); accesso al mare (tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e dalla colonia di Gush Katif). Dall'inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma vivevano lungo il confine. Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l'Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso. E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po' violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch'io. Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l'esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati Uniti, tutto questo sembra iperbole. Sinceramente, la grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa sembrare tutto così irreale. Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere nel mondo senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero, di nuovo, come già mi era successo in passato, vedere come possiamo far diventare così orribile questo mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che forse non riuscivate a credere completamente a quello che vi dicevo. Penso che sia meglio così, perché credo soprattutto all'importanza del pensiero critico e indipendente. E mi rendo anche conto che, quando parlo con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le mie affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran parte questo è perché so che fate anche le vostre ricerche. Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce un'eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di persone. Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in un ovile - Gaza - da cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come genocidio. Anche se potessero uscire, credo che si potrebbe sempre qualificare come genocidio. Forse potreste cercare una definizione di genocidio secondo il diritto internazionale. Non me la ricordo in questo momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere meglio questi concetti. Non mi piace usare questi termini così carichi. Credo che mi conoscete sotto questo punto di vista: io do veramente molto valore alle parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni e di permettere alle persone di tirare le proprie conclusioni. Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere. Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana. Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, "questo è il vasto mondo e sto arrivando!" Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio. Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina, probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l'esercito israeliano dovesse porre fine alla loro tradizione razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che io anch'io sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio governo è in larga misura responsabile. Voglio bene a te e a papà. Scusatemi il lungo papiro. OK, uno sconosciuto vicino a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e ringraziarli. Rachel
28 Febbraio 2003 (alla madre) Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail. Mi aiuta davvero ricevere le tue parole, e quelle di altri che mi vogliono bene. Dopo averti scritto ho perso i contatti con il mio gruppo per circa dieci ore: le ho passate in compagnia di una famiglia che vive in prima linea a Hi Salam. Mi hanno offerto la cena, e hanno pure la televisione via cavo. Nella loro casa le due stanze che danno sulla facciata sono inutilizzabili perché i muri sono crivellati da colpi di arma da fuoco, perciò tutta la famiglia - padre, madre e tre bambini-dorme nella stanza dei genitori. Io ho dormito sul pavimento, accanto a Iman, la bimba più piccola, e tutti eravamo sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po' il figlio maschio con i compiti d'inglese e abbiamo guardato tutti insieme Pet Semetery, che è un film davvero terrificante. Penso che per loro sia stato un gran divertimento vedere come quasi non riuscivo a guardarlo. Da queste parti il giorno festivo è venerdì, e quando mi sono svegliata stavano guardando i Gummy Bears doppiati in arabo. Così ho fatto colazione con loro, e sono rimasta un po' lì seduta così, a godermi la sensazione di stare in mezzo a quel groviglio di coperte, insieme alla famiglia che guardava quello che a me faceva l'effetto dei cartoni della domenica mattina. Poi ho fatto un pezzo di strada a piedi fino a B'razil, che è dove vivono Nidal, Mansur, la Nonna, Rafat e tutto il resto della grande famiglia che mi ha letteralmente adottata a cuore aperto. (A proposito, l'altro giorno, la Nonna mi ha fatto una predica mimata in arabo: era tutto un gran soffiare e additare lo scialle nero. Sono riuscita a farle dire da Nidal che mia madre sarebbe stata contentissima di sapere che qui c'è qualcuno che mi fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni). Ho conosciuto una loro cognata, che è venuta a trovarli dal campo profughi di Nusserat, e ho giocato con il suo bebè. L'inglese di Nidal migliora di giorno in giorno. È lui a chiamarmi "sorella". Ha anche cominciato ad insegnare alla Nonna a dire "Hello. How are you?" in inglese. Si sente costantemente il rumore dei carri armati e dei bulldozer che passano, eppure tutte queste persone riescono a mantenere un sincero buon umore, sia tra loro che nei rapporti con me. Quando sono in compagnia di amici palestinesi mi sento un po' meno orripilata di quando cerco di impersonare il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di raccoglitrice di testimonianze, o di quando partecipo ad azioni di resistenza diretta. Danno un ottimo esempio del modo giusto di vivere in mezzo a tutto questo nel lungo periodo. So che la situazione in realtà li colpisce - e potrebbe alla fine schiacciarli - in un'infinità di modi, e tuttavia mi lascia stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a difendere in così grande misura la loro umanità - le risate, la generosità, il tempo per la famiglia - contro l'incredibile orrore che irrompe nelle loro vite e contro la presenza costante della morte. Dopo stamattina mi sono sentita molto meglio. In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell'essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili - anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo. Rachel
Traduzioni di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila - Traduttori per la Pace
Saturday, March 05, 2005
sgrena libera. Americani sparano.
Giuliana Sgrena è libera.
Assassinato il suo liberatore
Nicola Calipari, il funzionario del Sismi che ha fatto da mediatore per la liberazione di Giuliana Sgrena è stato ucciso dai colpi esplosi da un blindato delle truppe statunitensi contro l’automobile dei servizi segreti italiani che trasportava Giuliana verso l’aeroporto di Baghdad. Nicola Calipari l’ha salvata due volte: l’ultima, riparandola col proprio corpo durante la sparatoria. Nato a Reggio Calabria, aveva 50 anni, era sposato e padre di due figli, una ragazza di 19 anni e un ragazzo di 13. In polizia da oltre vent'anni, Nicola Calipari aveva reso possibile anche la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta. Lunedì saranno celebrati i funerali di Stato.
Giuliana è stata liberata e sta bene, dopo l'operazione subita a Bagdad per togliere una scheggia, è arrivata questa mattina a Roma ed è stata ricoverata all'ospedale del Celio dove sarà operata nei prossimi giorni alla clavicola. Nel viaggio in automobile che la portava la sera del 4 marzo verso l'aeroporto di Baghdad e verso di noi la sua vettura è stata colpita dal fuoco degli americani. E' stata ferita, in modo non grave, insieme ad altre due persone. Nicola Calipari del Sismi è rimasto ucciso. Il Dipartimento di Stato Usa ha espresso il proprio «rammarico» per l'incidente avvenuto a Baghdad.
www.ilmanifesto.it 05 marzo 2005
Assassinato il suo liberatore
Nicola Calipari, il funzionario del Sismi che ha fatto da mediatore per la liberazione di Giuliana Sgrena è stato ucciso dai colpi esplosi da un blindato delle truppe statunitensi contro l’automobile dei servizi segreti italiani che trasportava Giuliana verso l’aeroporto di Baghdad. Nicola Calipari l’ha salvata due volte: l’ultima, riparandola col proprio corpo durante la sparatoria. Nato a Reggio Calabria, aveva 50 anni, era sposato e padre di due figli, una ragazza di 19 anni e un ragazzo di 13. In polizia da oltre vent'anni, Nicola Calipari aveva reso possibile anche la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta. Lunedì saranno celebrati i funerali di Stato.
Giuliana è stata liberata e sta bene, dopo l'operazione subita a Bagdad per togliere una scheggia, è arrivata questa mattina a Roma ed è stata ricoverata all'ospedale del Celio dove sarà operata nei prossimi giorni alla clavicola. Nel viaggio in automobile che la portava la sera del 4 marzo verso l'aeroporto di Baghdad e verso di noi la sua vettura è stata colpita dal fuoco degli americani. E' stata ferita, in modo non grave, insieme ad altre due persone. Nicola Calipari del Sismi è rimasto ucciso. Il Dipartimento di Stato Usa ha espresso il proprio «rammarico» per l'incidente avvenuto a Baghdad.
www.ilmanifesto.it 05 marzo 2005
Sgrena libera. Americani sparano:morto agente italiano.
Dopo l'arrivo a Ciampino, la giornalista ricoverata al Celio
"Non mi hanno trattata male, addolorata per quello che è successo all'agente"
Scolari: "E' stato un vero agguato
Giuliana era stata avvertita"
Il compagno della reporter lancia pesanti accuse contro i soldati americani
I rapitori le avevano detto: "Attenta agli americani vicino all'aeroporto"
Giuliana Sgrena all'uscita dall'aereo atterrato a Ciampino
ROMA - L'aereo da Bagdad con Giuliana Sgrena è atterrato a Ciampino qualche minuto prima delle undici. Il primo a scendere è stato il suo compagno, Pier Scolari: teneva le radiografia di Giuliana in mano. Poi è scesa lei, la giornalista del Manifesto sequestrata un mese fa, ferita ad un polmone durante la drammatica liberazione costata la vita ad un agente dei Servizi e il ferimento di due altri due militari italiani. Ad attenderla anche il primo ministro Silvio Berlusconi.
Giuliana Sgrena era avvolta in una coperta, con il viso stanco, sorretta da un paio di medici. Ha sceso lenta la scaletta ed è entrata sull'ambulanza militare che l'aspettava proprio accanto all'aereo. "Sono contenta di essere tornata. Non mi hanno mai trattata male", sono state le sue prime parole. Il secondo pensiero è stato per l'agente che l'ha salvata: "Sono dispiaciuta per quello che è successo a Calipari. Il momento più difficile è stato quando ho visto morire tra le mie braccia la persona che mi aveva salvato".
Uno dei due agenti feriti era sul volo con Giuliana Sgrena e il suo compagno Pier Scolari. L'altro agente ferito è ancora ricoverato in gravi condizioni nell'ospedale allestito dalle forze militari italiane a Bagdad. Pier Scolari ha detto: "Giuliana sta relativamente bene, sta come una che si è presa 300 colpi di pallottola. Ho raccontato a Giuliana tutto quello che la gente ha fatto qui per lei; lei mi ha raccontato tutto. Mi ha detto, ad esempio, che i rapitori al momento di liberare Giuliana l'aveva avvertita del pericolo rappresentato dagli americani nei pressi dell'aeroporto".
"Certamente - ha continuato - quello che mi ha detto lei, come gli altri che erano ieri sul posto, è che l'attacco del blindato americano è stato senza giustificazione. Avevano allertato tutta la catena di comando, i militari italiani li aspettavano all'aeroporto. Eppure, gli hanno sparato addosso. Perchè? Le autorità italiane si diano da fare per capire cosa è accaduto. Può essere stato solo un errore o un agguato. E non so quale delle due cose sia peggio. Il fatto che si diano in mano a ragazzini impauriti armi micidiali o che si possa solo ipotizzare un agguato ci fa capire che occorre mettere fine a questa guerra".
E ancora: "Giuliana aveva avuto informazioni, alle quali per altro non aveva dato peso, secondo le quali gli americani non l'avrebbero lasciata tornare a casa viva". Per concludere infine: "L'Italia non creda alla versione dei fatti fornita dagli americani, che tra l'altro hanno impedito i soccorsi per alcuni minuti e hanno impedito che chiunque si avvicinasse all'auto".
La giornalista e l'agente ferito sono stati ricoverati all'ospedale militare Celio di Roma, dove è arrivato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. Per la reporter non sarà necessario un altro intervento alla clavicola. "Sono pronta a collaborare con la magistratura", ha detto la reporter al pubblico ministero Franco Ionta, capo del pool antiterrorismo della Procura di Roma che indagherà sul tragico episodio di ieri sera a Bagdad.
Ivan Sgrena, il fratello della giornalista, era a Ciampino quando l'aereo militare con la sorella è atterrato: "L'ho trovata sollevata, contenta per essere tornata a casa, amareggiata per la morte di Nicola Calipari. Non mi è sembrata psicologicamente troppo provata. I nostri genitori stanno bene".
La notizia della liberazione della giornalista ha fatto tirare un sospiro di sollievo anche ai colleghi del Manifesto: "Finalmente l'abbiamo vista, provata ma viva. La nostragioia però è durata pochi minuti - ha spiegato il caporedattore Loris Campetti - perchè noi viviamo come nostro il dolore per la morte di Nicola Calipari". Per lutto, è stata annullata la manifestazione pubblica prevista per domani all'Auditorium di Roma e tutte le altre iniziative di festa organizzate per la liberazione della giornalista.
(5 marzo 2005) www.repubblica.it
"Non mi hanno trattata male, addolorata per quello che è successo all'agente"
Scolari: "E' stato un vero agguato
Giuliana era stata avvertita"
Il compagno della reporter lancia pesanti accuse contro i soldati americani
I rapitori le avevano detto: "Attenta agli americani vicino all'aeroporto"
Giuliana Sgrena all'uscita dall'aereo atterrato a Ciampino
ROMA - L'aereo da Bagdad con Giuliana Sgrena è atterrato a Ciampino qualche minuto prima delle undici. Il primo a scendere è stato il suo compagno, Pier Scolari: teneva le radiografia di Giuliana in mano. Poi è scesa lei, la giornalista del Manifesto sequestrata un mese fa, ferita ad un polmone durante la drammatica liberazione costata la vita ad un agente dei Servizi e il ferimento di due altri due militari italiani. Ad attenderla anche il primo ministro Silvio Berlusconi.
Giuliana Sgrena era avvolta in una coperta, con il viso stanco, sorretta da un paio di medici. Ha sceso lenta la scaletta ed è entrata sull'ambulanza militare che l'aspettava proprio accanto all'aereo. "Sono contenta di essere tornata. Non mi hanno mai trattata male", sono state le sue prime parole. Il secondo pensiero è stato per l'agente che l'ha salvata: "Sono dispiaciuta per quello che è successo a Calipari. Il momento più difficile è stato quando ho visto morire tra le mie braccia la persona che mi aveva salvato".
Uno dei due agenti feriti era sul volo con Giuliana Sgrena e il suo compagno Pier Scolari. L'altro agente ferito è ancora ricoverato in gravi condizioni nell'ospedale allestito dalle forze militari italiane a Bagdad. Pier Scolari ha detto: "Giuliana sta relativamente bene, sta come una che si è presa 300 colpi di pallottola. Ho raccontato a Giuliana tutto quello che la gente ha fatto qui per lei; lei mi ha raccontato tutto. Mi ha detto, ad esempio, che i rapitori al momento di liberare Giuliana l'aveva avvertita del pericolo rappresentato dagli americani nei pressi dell'aeroporto".
"Certamente - ha continuato - quello che mi ha detto lei, come gli altri che erano ieri sul posto, è che l'attacco del blindato americano è stato senza giustificazione. Avevano allertato tutta la catena di comando, i militari italiani li aspettavano all'aeroporto. Eppure, gli hanno sparato addosso. Perchè? Le autorità italiane si diano da fare per capire cosa è accaduto. Può essere stato solo un errore o un agguato. E non so quale delle due cose sia peggio. Il fatto che si diano in mano a ragazzini impauriti armi micidiali o che si possa solo ipotizzare un agguato ci fa capire che occorre mettere fine a questa guerra".
E ancora: "Giuliana aveva avuto informazioni, alle quali per altro non aveva dato peso, secondo le quali gli americani non l'avrebbero lasciata tornare a casa viva". Per concludere infine: "L'Italia non creda alla versione dei fatti fornita dagli americani, che tra l'altro hanno impedito i soccorsi per alcuni minuti e hanno impedito che chiunque si avvicinasse all'auto".
La giornalista e l'agente ferito sono stati ricoverati all'ospedale militare Celio di Roma, dove è arrivato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. Per la reporter non sarà necessario un altro intervento alla clavicola. "Sono pronta a collaborare con la magistratura", ha detto la reporter al pubblico ministero Franco Ionta, capo del pool antiterrorismo della Procura di Roma che indagherà sul tragico episodio di ieri sera a Bagdad.
Ivan Sgrena, il fratello della giornalista, era a Ciampino quando l'aereo militare con la sorella è atterrato: "L'ho trovata sollevata, contenta per essere tornata a casa, amareggiata per la morte di Nicola Calipari. Non mi è sembrata psicologicamente troppo provata. I nostri genitori stanno bene".
La notizia della liberazione della giornalista ha fatto tirare un sospiro di sollievo anche ai colleghi del Manifesto: "Finalmente l'abbiamo vista, provata ma viva. La nostragioia però è durata pochi minuti - ha spiegato il caporedattore Loris Campetti - perchè noi viviamo come nostro il dolore per la morte di Nicola Calipari". Per lutto, è stata annullata la manifestazione pubblica prevista per domani all'Auditorium di Roma e tutte le altre iniziative di festa organizzate per la liberazione della giornalista.
(5 marzo 2005) www.repubblica.it
Friday, March 04, 2005
Approvata legge sul risparmio: la destra ,dopo le promesse non inasprisce il falso in bilancio
Via libera alla legge sul risparmio
Falso in bilancio, cambia poco
Antonio Fazio, governatore di BankitaliaROMA - Quasi un anno e mezzo di lavoro, riunioni in commissione al cardiopalmo, audizioni che durano un'intera giornata, governo battuto su punti nevralgici come il mandato a termine del governatore della bnaca d'italia e il trasferimento della concorrenza all'antitrust, per poi riparare in extremis in aula. E', in estrema sintesi, il riassunto di quanto è avvenuto fino al voto di oggi a Montecitorio, che ha dato il via libera al disegno di legge sulla tutela del risparmio, ora destinato all'esame del Senato, dove peraltro si preannunciano già corpose modifiche al testo.
In sostanza, le novità più salienti sono: - nuove regole sulla governance societaria. In particolare, vengono tutelate le minoranze all'interno dei consigli di amministrazione delle società e dei collegi sindacali e viene introdotto un maggior controllo interno alle società con l'ingresso nel cda e nei consigli di gestione di soggetti non legati all'azionista principale.
- Giro di vite sulle cosiddette 'societa' off-shorè. La norma, che si rivolge sia alle società italiane quotate che a quelle che emettono strumenti finanziari diffusi tra il pubblico, ha l'obiettivo di garantire la trasparenza nei rapporti tra queste e le società estere controllate, controllanti o collegate, con sede in quei paesi dove non è sufficientemente tutelata la trasparenza societaria.
Il testo introduce norme più cogenti, mediante l'inserimento di meccanismi per combattere i conflitti di interesse nei soggetti finanziari, nei rapporti tra banche e imprese e nella banca universale. In particolare, le norme sulle cosiddette 'muraglie cinesi' prevedono che la consob, sentito il parere di bankitalia, può disporre la separazione societaria, mentre è obbligatoria la separazione contabile e gestionale con la previsione di sanzioni per i trasgressori.
- Vanno allo stato i cosiddetti 'depositi dormienti'. Con questa norma i conti correnti inutilizzati e non rivendicati da più di cinque anni, e cioè che non hanno movimentazioni per almeno 5 anni, entreranno a far parte del patrimonio dello stato, previo un passaggio in Bankitalia per dieci anni. La metà dell'ammontare delle somme andranno a confluire nel fondo di garanzia per i risparmiatori, mentre la restante metà sarà utilizzata per ridurre il debito pubblico.
- Investitori obbligati a fornire prospetti informativi per i bond.
- Trasparenza per fondi e prodotti della finanza etica. La Consob deve emanare un regolamento in cui vengono fissati gli obblighi di informazione e rendicontazione dei prodotti qualificati come etici o socialmente responsabili.
Viene quindi parzialemnte modificato il testo unico di intermediazione finanziaria. La Consob acquisisce una forma di potere di veto sulle operazioni su Borsa spa sulle operazioni di listing e delisting.
- Restano cinque le autorità di controllo. E cioè, Banca d'Italia, Antitrust, Consob, Isvap e Covip, che saranno tenute a collaborare tra loro (ferma restando l'autonomia singola), anche sullo scambio di informazioni, attraverso la costituzione di un comitato di coordinamento. Ma la novità più rilevante è che nello scambio di informazioni ciascuna autorità non può opporre il segreto e si può avvalere dell'ausilio della Guardia di Finanza.
- La Consob resta a Roma (un emendamento della Lega chiedeva il trasferimento della sede principale a Milano), mentre per quel che riguarda la previdenza complementare non è più la Covip l'unica a vigilare sulla trasparenza dei fondi pensione.
- Inasprimento del reato di falso in bilancio. La norma prevede pene fino a due anni di reclusione (finora il massimo era un anno e sei mesi) a carico di chi rende false comunicazioni sociali, pene aumentate fino a sei anni se il fatto riguarda società con azioni quotate in mercati regolamentati e abbia provocato gravi danni ai risparmiatori. Il testo del ddl, tuttavia, introduce delle soglie al di sotto delle quali non è prevista la punibilità: se la variazione del risultato economico di esercizio al lordo non è superiore al 5% o se le omissioni non determinano una variazione del patrimonio netto superiore all'1%.
Infine, non sono punibili stime errate non superiori al 10% da quelle corrette.
Repubblica
03/03/2005 - 19:26
Falso in bilancio, cambia poco
Antonio Fazio, governatore di BankitaliaROMA - Quasi un anno e mezzo di lavoro, riunioni in commissione al cardiopalmo, audizioni che durano un'intera giornata, governo battuto su punti nevralgici come il mandato a termine del governatore della bnaca d'italia e il trasferimento della concorrenza all'antitrust, per poi riparare in extremis in aula. E', in estrema sintesi, il riassunto di quanto è avvenuto fino al voto di oggi a Montecitorio, che ha dato il via libera al disegno di legge sulla tutela del risparmio, ora destinato all'esame del Senato, dove peraltro si preannunciano già corpose modifiche al testo.
In sostanza, le novità più salienti sono: - nuove regole sulla governance societaria. In particolare, vengono tutelate le minoranze all'interno dei consigli di amministrazione delle società e dei collegi sindacali e viene introdotto un maggior controllo interno alle società con l'ingresso nel cda e nei consigli di gestione di soggetti non legati all'azionista principale.
- Giro di vite sulle cosiddette 'societa' off-shorè. La norma, che si rivolge sia alle società italiane quotate che a quelle che emettono strumenti finanziari diffusi tra il pubblico, ha l'obiettivo di garantire la trasparenza nei rapporti tra queste e le società estere controllate, controllanti o collegate, con sede in quei paesi dove non è sufficientemente tutelata la trasparenza societaria.
Il testo introduce norme più cogenti, mediante l'inserimento di meccanismi per combattere i conflitti di interesse nei soggetti finanziari, nei rapporti tra banche e imprese e nella banca universale. In particolare, le norme sulle cosiddette 'muraglie cinesi' prevedono che la consob, sentito il parere di bankitalia, può disporre la separazione societaria, mentre è obbligatoria la separazione contabile e gestionale con la previsione di sanzioni per i trasgressori.
- Vanno allo stato i cosiddetti 'depositi dormienti'. Con questa norma i conti correnti inutilizzati e non rivendicati da più di cinque anni, e cioè che non hanno movimentazioni per almeno 5 anni, entreranno a far parte del patrimonio dello stato, previo un passaggio in Bankitalia per dieci anni. La metà dell'ammontare delle somme andranno a confluire nel fondo di garanzia per i risparmiatori, mentre la restante metà sarà utilizzata per ridurre il debito pubblico.
- Investitori obbligati a fornire prospetti informativi per i bond.
- Trasparenza per fondi e prodotti della finanza etica. La Consob deve emanare un regolamento in cui vengono fissati gli obblighi di informazione e rendicontazione dei prodotti qualificati come etici o socialmente responsabili.
Viene quindi parzialemnte modificato il testo unico di intermediazione finanziaria. La Consob acquisisce una forma di potere di veto sulle operazioni su Borsa spa sulle operazioni di listing e delisting.
- Restano cinque le autorità di controllo. E cioè, Banca d'Italia, Antitrust, Consob, Isvap e Covip, che saranno tenute a collaborare tra loro (ferma restando l'autonomia singola), anche sullo scambio di informazioni, attraverso la costituzione di un comitato di coordinamento. Ma la novità più rilevante è che nello scambio di informazioni ciascuna autorità non può opporre il segreto e si può avvalere dell'ausilio della Guardia di Finanza.
- La Consob resta a Roma (un emendamento della Lega chiedeva il trasferimento della sede principale a Milano), mentre per quel che riguarda la previdenza complementare non è più la Covip l'unica a vigilare sulla trasparenza dei fondi pensione.
- Inasprimento del reato di falso in bilancio. La norma prevede pene fino a due anni di reclusione (finora il massimo era un anno e sei mesi) a carico di chi rende false comunicazioni sociali, pene aumentate fino a sei anni se il fatto riguarda società con azioni quotate in mercati regolamentati e abbia provocato gravi danni ai risparmiatori. Il testo del ddl, tuttavia, introduce delle soglie al di sotto delle quali non è prevista la punibilità: se la variazione del risultato economico di esercizio al lordo non è superiore al 5% o se le omissioni non determinano una variazione del patrimonio netto superiore all'1%.
Infine, non sono punibili stime errate non superiori al 10% da quelle corrette.
Repubblica
03/03/2005 - 19:26
Thursday, March 03, 2005
"La Cognizione del Dolore" di Carlo Emilio Gadda
In tempi di trashpop , di orribili luoghi comuni sanremesi, di parole cafone come "share", "trend", "Out", "device", in tempi di Bruno Vespa e di Scatolame da aprire , di Biagi in esilio dopo il dictat bulgaro del tacco premier, di edonismi enologici e degustazioni infinite sugli schermi TV , in tempi di HappyHour e menate dello stesso tenore.. Giova leggere ,o rileggere, il Grande Carlo Emilio Gadda , eccelso scrittore ed acuto analista della barbarie che si celava nel quotidiano dell'italia lombarda del ventennio -leggete anche il durissimo "Eros e Priapo" , dedicato al priapesco Mussolini- ; le sue parole , il suo lessico eclettico, complesso, barocco , a tratti splendidamente musicale ,ed a tratti amaro,duro, nero come il buio più profondo , depresso ed indigesto come solo lui riusciva ad essere, queste parole sono sempre attuali ...ma non mi dilungo.
Buona lettura.
"...Camerieri neri, nei "restaurants", avevano il frac, per quanto pieno di padelle: e il piastrone d'amido, con cravatta posticcia. Solo il piastrone s'intende: cioè senza che quella imponentissima fra tutte le finità pettorali arrivasse mai a radicarsi in una totalitaria armonia, nella fisiologia necessitante d'una camicia. La quale mancava onninamente.
Pervase da un sottile brivido, le signore: non appena si sentissero onorare dell'appellativo di signora da simili ossequenti fracs. "Un misto panna-cioccolato per la signora, sissignora!". Era, dalla nuca ai calcagni, come una staffilata di dolcezza, "la pura gioia ascosa" dell'inno. E anche negli uomini, del resto, il prurito segreto della compiacenza: su, su, dall'inguine verso le meningi e i bulbi: l'illusione, quasi, d'un attimo di potestà marchionale. Dimenticati tutti gli scioperi, di colpo; le urla di morte, le barricate, le comuni, le minacce d'impiccagione ai lampioni, la porpora al Père Lachaise; e il caglio nero e aggrumato sul goyesco abbandono dei distesi, dei rifiniti; e le cagnare e i blocchi e le guerre e le stragi, d'ogni qualità e d'ogni terra; per un attimo! per quell'attimo di delizia. Oh! spasimo dolce! Procuratoci dal reverente frac: "Un taglio limone-seltz per il signore, sissignore! Taglio limone-seltz al signore!". Il grido meraviglioso, fastosissimo, pieno d'ossequio e d'una toccante premura, più inebriante che melode elisia di Bellini, rimbalzava di garzone, di piastrone in piastrone, locupletando di nuovi sortilegi destrogiri gli ormoni marchionici del committente; finché, pervenuto alla dispensa, era "un taglio limone-seltz per quel belinone d'un 128!".
Sí, sí: erano consideratissimi, i fracs. Signori seri, nei "restaurants" delle stazioni, e da prender sul serio, ordinavano loro con perfetta serietà "un ossobuco con risotto". Ed essi, con cenni premurosi, annuivano. E ciò nel pieno possesso delle rispettive facoltà mentali. Tutti erano presi sul serio: e si avevano in grande considerazione gli uni gli altri. Gli attavolati si sentivano sodali nella eletta situazione delle poppe, nella usucapione d'un molleggio adeguato all'importanza del loro deretano, nella dignità del comando. Gli uni si compiacevano della presenza degli altri, desiderata platea. E a nessuno veniva fatto di pensare, sogguardando il vicino, "quando è fesso!". Dietro l'Hymalaia dei formaggi, dei finocchi, il guardasala notifica le partenze: "!Para Corrientes y Riconquista! !Sale a las diez el rápido de Paraná! !Tersero andén!".
Per lo più, il coltello delle frutta non tagliava. Non riuscivano a sbucciar la mela. O la mela gli schizzava via dal piatto come sasso di fionda, a rotolare fra scarpe lontanissime. Allora, con voce e dignità risentita, era quando dicevano: "Cameriere! ma questo coltello non taglia!". Tra i cigli, improvvisa, una nuvola imperatoria. E il cameriere accorreva trafelato, con altri ossibuchi: ed esternando tutta la sua costernazione, la sua piena partecipazione, umiliava sommessa istanza appiè il corruccio delle Loro Signorie: (in un tono più che sedativo): "provi questo, signor Cavaliere!": ed era già trasvolato. Il quale "questo" tagliava ancora meno di quel di prima. Oh, rabbia! mentre tutti, invece, seguitavano a masticare, a bofonchiare addosso agli ossi scarnificati, a intingolarsi la lingua, i baffi. Con un sorriso appena, oh, un'ombra una prurigine d'ironia, la coppia estrema ed elegantissima, lui, lei, lontan lontano, avevan l'aria di seguitar a percepire quella mela, finalmente immobile nel mezzo la corsía: lustra, e verde, come l'avesse pitturata il De Chirico. Nella quale, bestemmiando sottovoce, alla bolognese, ci intoppavano ogni volta le successive ondate dei fracs-ossibuchi, per altro con lesti caldi in discesa, e quasi in rimando, l'uno all'altro: alla Meazza, alla Boffi.
Erano degli strameledísa buccinati via come sputi di vipera, non tanto sottovoce però da non arrivare a capir cosa fossero: da dietro pile di piatti in tragitto, o di bacinelle di maionese, o cataste d'asparagi di cui sbrodolava giù burro sciolto sul lucido; perseguiti poi tutti, tutt'a un tratto, da improvvise trombe marine di risotti, verso la proda salvatrice.
Tutti, tutti: e più che mai quei signori attavolati. Tutti erano consideratissimi! A nessuno, mai, era venuto in mente di sospettare che potessero anche essere dei bischeri, putacaso, dei bambini di tre anni.
Nemmeno essi stessi, che pure conoscevano a fondo tutto quanto li riguardava, le proprie unghie incarnite, e le verruche, i nèi, i calli, un per uno, le varici, i foruncoli, i baffi solitari. Neppure essi, no, no, avrebbero fatto di se medesimi un simile giudizio.
E quella era la vita.
Fumavano. Subito dopo la mela. Apprestandosi a scaricare il fascino che la lunga pezza oramai, cioè fin dall'epoca dell'ossobuco, si era andato a mano a mano accumulando nella di loro persona - (come l'elettrico nelle macchine a strofinío) - ecco, ecco, tutti eran certi che un loro impreveduto decreto avrebbe lasciato scoccare sicuramente la importantissima scintilla, folgore e sparo di Signoria su adeguato spinterogeno ambientale, di forchette in travaso.
Cascate di posate tintinnanti! Di cucchiaini!
Ed erano appunto in procinto di addivenire a quell'atto imprevisto, e però curiosissimo, ch'era cosí instantemente evocato dalla tensione delle circostanze.
Estraevano, con distratta noncuranza, di tasca, il portasigarette d'argento: poi, dal portasigarette, una sigaretta, piuttosto piena e massiccia, col bocchino di carta d'oro; quella te la picchiettavano leggermente sul portasigarette, rinchiuso nel frattempo dall'altra mano, con un tatràc; la mettevano ai labbri; e allora, come infastiditi, mentre che una sottil ruga orizzontale si delineava sulla lor frotte, onnubilata di cure altissime, riponevano il trascurabile portasigarette. Passati alla cerimonia dei fiammiferi, ne rinvenivano finalmente, dopo aver cercato in due o tre tasche, una bustina a matrice: ma, apertala, si constatava che n'erano già stati tutti spiccati, per il che, con dispitto, la bustina veniva immantinenti estromessa dai confini dell'Io. E derelitta, ecco, giaceva nel piatto, con bucce. Altra, infine, soccorreva, stanata ultimamente dal 123° taschino. Dissigillavano il francobollo-sigillo, ubiqua immagine del Fisco Uno e Trino, fino a denudare in quella pettinetta miracolosa la Urmutter di tutti gli spiritelli con capocchia. Ne spiccavano una unità, strofinavano, accendevano; spianando a serenità nuova fronte, già cosí sopraccaricata di pensiero: (ma pensiero fessissimo, riguardante, per lo più, articoli di bigiutteria in celluloide). Riponevano la non più necessaria cartina in una qualche altra tasca: quale? oh! se ne scordano all'atto stesso; per aver motivo di rinnovare (in occasione d'una contigua sigaretta) la importantissima e fruttuosa ricerca.
Dopo di che, oggetto di stupefatta ammirazione da parte degli "altri tavoli", aspiravano la prima boccata di quel fumo d'eccezione, di Xanthia, o di Turmac; in una voluttà da sibariti in trentaduesimo, che avrebbe fatto pena a un turco stitico.
E cosí rimanevano: il gomito appoggiato sul tavolino, la sigaretta fra medio e indice, emanando voluttuosi ghirigori; mescolati di miasmi, questo si sa, dei bronchi e dei polmoni felici, mentre che lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e a peptonizzare l'ossobuco. La peristalsi veniva via con un andazzo trionfale, da parer canto e trionfo, e presagio lontano di tamburo, la marcia trionfale dell'Aida o il toreador della Carmen.
Cosí rimanevano. A guardare. Chi? Che cosa? Le donne? Ma neanche. Forse a rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui. In piena valorizzazione dei loro polsini, e dei loro gemelli da polso. E della loro faccia di manichini ossibuchivori...
( estratto da C.E.Gadda ; "La cognizione del dolore"- Garzanti Editore)
Buona lettura.
"...Camerieri neri, nei "restaurants", avevano il frac, per quanto pieno di padelle: e il piastrone d'amido, con cravatta posticcia. Solo il piastrone s'intende: cioè senza che quella imponentissima fra tutte le finità pettorali arrivasse mai a radicarsi in una totalitaria armonia, nella fisiologia necessitante d'una camicia. La quale mancava onninamente.
Pervase da un sottile brivido, le signore: non appena si sentissero onorare dell'appellativo di signora da simili ossequenti fracs. "Un misto panna-cioccolato per la signora, sissignora!". Era, dalla nuca ai calcagni, come una staffilata di dolcezza, "la pura gioia ascosa" dell'inno. E anche negli uomini, del resto, il prurito segreto della compiacenza: su, su, dall'inguine verso le meningi e i bulbi: l'illusione, quasi, d'un attimo di potestà marchionale. Dimenticati tutti gli scioperi, di colpo; le urla di morte, le barricate, le comuni, le minacce d'impiccagione ai lampioni, la porpora al Père Lachaise; e il caglio nero e aggrumato sul goyesco abbandono dei distesi, dei rifiniti; e le cagnare e i blocchi e le guerre e le stragi, d'ogni qualità e d'ogni terra; per un attimo! per quell'attimo di delizia. Oh! spasimo dolce! Procuratoci dal reverente frac: "Un taglio limone-seltz per il signore, sissignore! Taglio limone-seltz al signore!". Il grido meraviglioso, fastosissimo, pieno d'ossequio e d'una toccante premura, più inebriante che melode elisia di Bellini, rimbalzava di garzone, di piastrone in piastrone, locupletando di nuovi sortilegi destrogiri gli ormoni marchionici del committente; finché, pervenuto alla dispensa, era "un taglio limone-seltz per quel belinone d'un 128!".
Sí, sí: erano consideratissimi, i fracs. Signori seri, nei "restaurants" delle stazioni, e da prender sul serio, ordinavano loro con perfetta serietà "un ossobuco con risotto". Ed essi, con cenni premurosi, annuivano. E ciò nel pieno possesso delle rispettive facoltà mentali. Tutti erano presi sul serio: e si avevano in grande considerazione gli uni gli altri. Gli attavolati si sentivano sodali nella eletta situazione delle poppe, nella usucapione d'un molleggio adeguato all'importanza del loro deretano, nella dignità del comando. Gli uni si compiacevano della presenza degli altri, desiderata platea. E a nessuno veniva fatto di pensare, sogguardando il vicino, "quando è fesso!". Dietro l'Hymalaia dei formaggi, dei finocchi, il guardasala notifica le partenze: "!Para Corrientes y Riconquista! !Sale a las diez el rápido de Paraná! !Tersero andén!".
Per lo più, il coltello delle frutta non tagliava. Non riuscivano a sbucciar la mela. O la mela gli schizzava via dal piatto come sasso di fionda, a rotolare fra scarpe lontanissime. Allora, con voce e dignità risentita, era quando dicevano: "Cameriere! ma questo coltello non taglia!". Tra i cigli, improvvisa, una nuvola imperatoria. E il cameriere accorreva trafelato, con altri ossibuchi: ed esternando tutta la sua costernazione, la sua piena partecipazione, umiliava sommessa istanza appiè il corruccio delle Loro Signorie: (in un tono più che sedativo): "provi questo, signor Cavaliere!": ed era già trasvolato. Il quale "questo" tagliava ancora meno di quel di prima. Oh, rabbia! mentre tutti, invece, seguitavano a masticare, a bofonchiare addosso agli ossi scarnificati, a intingolarsi la lingua, i baffi. Con un sorriso appena, oh, un'ombra una prurigine d'ironia, la coppia estrema ed elegantissima, lui, lei, lontan lontano, avevan l'aria di seguitar a percepire quella mela, finalmente immobile nel mezzo la corsía: lustra, e verde, come l'avesse pitturata il De Chirico. Nella quale, bestemmiando sottovoce, alla bolognese, ci intoppavano ogni volta le successive ondate dei fracs-ossibuchi, per altro con lesti caldi in discesa, e quasi in rimando, l'uno all'altro: alla Meazza, alla Boffi.
Erano degli strameledísa buccinati via come sputi di vipera, non tanto sottovoce però da non arrivare a capir cosa fossero: da dietro pile di piatti in tragitto, o di bacinelle di maionese, o cataste d'asparagi di cui sbrodolava giù burro sciolto sul lucido; perseguiti poi tutti, tutt'a un tratto, da improvvise trombe marine di risotti, verso la proda salvatrice.
Tutti, tutti: e più che mai quei signori attavolati. Tutti erano consideratissimi! A nessuno, mai, era venuto in mente di sospettare che potessero anche essere dei bischeri, putacaso, dei bambini di tre anni.
Nemmeno essi stessi, che pure conoscevano a fondo tutto quanto li riguardava, le proprie unghie incarnite, e le verruche, i nèi, i calli, un per uno, le varici, i foruncoli, i baffi solitari. Neppure essi, no, no, avrebbero fatto di se medesimi un simile giudizio.
E quella era la vita.
Fumavano. Subito dopo la mela. Apprestandosi a scaricare il fascino che la lunga pezza oramai, cioè fin dall'epoca dell'ossobuco, si era andato a mano a mano accumulando nella di loro persona - (come l'elettrico nelle macchine a strofinío) - ecco, ecco, tutti eran certi che un loro impreveduto decreto avrebbe lasciato scoccare sicuramente la importantissima scintilla, folgore e sparo di Signoria su adeguato spinterogeno ambientale, di forchette in travaso.
Cascate di posate tintinnanti! Di cucchiaini!
Ed erano appunto in procinto di addivenire a quell'atto imprevisto, e però curiosissimo, ch'era cosí instantemente evocato dalla tensione delle circostanze.
Estraevano, con distratta noncuranza, di tasca, il portasigarette d'argento: poi, dal portasigarette, una sigaretta, piuttosto piena e massiccia, col bocchino di carta d'oro; quella te la picchiettavano leggermente sul portasigarette, rinchiuso nel frattempo dall'altra mano, con un tatràc; la mettevano ai labbri; e allora, come infastiditi, mentre che una sottil ruga orizzontale si delineava sulla lor frotte, onnubilata di cure altissime, riponevano il trascurabile portasigarette. Passati alla cerimonia dei fiammiferi, ne rinvenivano finalmente, dopo aver cercato in due o tre tasche, una bustina a matrice: ma, apertala, si constatava che n'erano già stati tutti spiccati, per il che, con dispitto, la bustina veniva immantinenti estromessa dai confini dell'Io. E derelitta, ecco, giaceva nel piatto, con bucce. Altra, infine, soccorreva, stanata ultimamente dal 123° taschino. Dissigillavano il francobollo-sigillo, ubiqua immagine del Fisco Uno e Trino, fino a denudare in quella pettinetta miracolosa la Urmutter di tutti gli spiritelli con capocchia. Ne spiccavano una unità, strofinavano, accendevano; spianando a serenità nuova fronte, già cosí sopraccaricata di pensiero: (ma pensiero fessissimo, riguardante, per lo più, articoli di bigiutteria in celluloide). Riponevano la non più necessaria cartina in una qualche altra tasca: quale? oh! se ne scordano all'atto stesso; per aver motivo di rinnovare (in occasione d'una contigua sigaretta) la importantissima e fruttuosa ricerca.
Dopo di che, oggetto di stupefatta ammirazione da parte degli "altri tavoli", aspiravano la prima boccata di quel fumo d'eccezione, di Xanthia, o di Turmac; in una voluttà da sibariti in trentaduesimo, che avrebbe fatto pena a un turco stitico.
E cosí rimanevano: il gomito appoggiato sul tavolino, la sigaretta fra medio e indice, emanando voluttuosi ghirigori; mescolati di miasmi, questo si sa, dei bronchi e dei polmoni felici, mentre che lo stomaco era tutto messo in giulebbe, e andava dietro come un disperato ameboide a mantrugiare e a peptonizzare l'ossobuco. La peristalsi veniva via con un andazzo trionfale, da parer canto e trionfo, e presagio lontano di tamburo, la marcia trionfale dell'Aida o il toreador della Carmen.
Cosí rimanevano. A guardare. Chi? Che cosa? Le donne? Ma neanche. Forse a rimirare se stessi nello specchio delle pupille altrui. In piena valorizzazione dei loro polsini, e dei loro gemelli da polso. E della loro faccia di manichini ossibuchivori...
( estratto da C.E.Gadda ; "La cognizione del dolore"- Garzanti Editore)
La rozza organizzazione di vendita delle Assicurazioni
Riporto una parte dei dialoghi delle puntata della trasmissione REPORT , dedicata ai brutali sistemi di vendita usati dalle assicurazioni e banche. Lo stralcio riguarda Alleanza assicarazioni e lo sfruttamento dei collaboratori.
"..Franco, Maria, Luisa ci hanno scritto che dopo anni passati a cercare di portare a casa lo stipendio senza troppi danni per il cliente , adesso non ce la facevano più a salvare capra e cavoli. La loro compagnia Alleanza Assicurazioni chiede troppo. Cosa vuol dire? L'unica modo per saperlo è quella di diventare agenti e Giovanna Corsetti l'ha fatto.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Una mattina partiamo e andiamo a trovare chi ci aveva scritto: Maria, la incontriamo nel suo ufficio e comincia a raccontarci.
MARIA
Io questo coso non l'ho venduto perché a me mi fa schifo, perché me lo sono andato a studiare, ma questa sono io, gli altri 10 mila collaboratori, dice "sì, quanto guadagno? Vabbé, vado"
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Invece di andare subito dal capo a chiedere che cosa fa tanto schifo a Maria, decido di entrare dalla porta di servizio e di mettermi a fare l'agente assicurativo per vedere come si vive nelle agenzie. Molte delle cose anticipateci da Maria, come vedremo, risulteranno essere vere.
MARIA
Tu ti trovi lì che questi stanno con la bava alla bocca perché non gli pare vero che gli arriva un collaboratore sveglio, perché poi vedono che chiacchieri, fai, dicono "abbiamo vinto al Totocalcio."
AUTRICE
Volevamo sapere, signora, se cercate gente Promotrice Alleanza.
ALLEANZA ASSICURAZIONI
Si perché noi ci avvaliamo di collaboratori esterni, tutti quanti siamo partiti come collaboratori esterni e poi piano, piano…
MARIA
Tu entri, pigliano a te, a lui, a chiunque, ti fanno "ah lei può fare carriera, noi la potremo assumere"; invece poi ti assumono dopo 2-3 anni perché nel frattempo ti sfruttano…
PROMOTORE FINANZIARIO
Cioè voglio dire da noi esiste realmente l'assunzione, la tredicesima, la quattordicesima, le ferie pagate, però, l'Alleanza prima di assumere un dipendente che poi gli deve dare uno stipendio fisso, la persona o vale o..
MARIA
Allora, tu ti impegni i primi mesi, poi ti accorgi che i soldi non sono quelli che ti avevano promesso, la carriera richiede tempi lunghissimi, ti alzi e te ne vai.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Per anch'io me ne vado, ma prima di congedarmi.
PROMOTORE FINANZIARIO
Gli dai una lettera di nomina per uno, così dopo se la leggono. Poi gli dai anche un TuttoProdotti e loro incominciano a leggere, gli dico io quello che devono leggere.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Torno il giorno dopo per iniziare la formazione
PROMOTORE FINANZIARIO
Allora avete studiato un po'?
AUTRICE
Un po' si
MARIA
Se ci hai culo ti fanno fare un corso di formazione di tre giorni, tre mattine,
AUTRICE
Se no niente, a digiuno?
MARIA
Altrimenti te li spiega il responsabile, il capo settore che ti seguirà, ti spiega, ti dà una infarinatura, tu non ci capirai quasi niente perché un'infarinatura è un'infarinatura.
PROMOTORE ALLEANZA
Qui da noi, non facciamo tre mesi di stage pe poi incomincià a lavorà, perché se no i soldi li vediamo dopo 6 mesi, qui da noi cerchiamo di fare tutto in contemporanea, la mattina se fa un po' di formazione, secondo me dovete incomincià a provà.
AUTRICE
Come?
PROMOTORE ALLEANZA
L'importante se io ho un contatto, cioè conosco delle persone che hanno anche possibilità, "guarda, sto in una società che offre anche servizi finanziari, te posso venì a trovare?".Punto, Di che si tratta? Preferisco venirte a trovare.
AUTRICE
Farlo sentire assistito.
PROMOTORE ALLEANZA
Ma più che assistito, noi ci dobbiamo fa i contratti.
MARIA
T'ammollano lì una zona di 50 clienti e ti portano a fare le trattative.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Però prima qualcosa me la spiegano.
PROMOTORE ALLEANZA
Anche nella semplice telefonata, nel semplice appuntamento, ci sono delle strategie.
AUTRICE
Che faccio spiego che ho appena cominciato?
PROMOTORE ALLEANZA
No, no tu gli devi dire che sta a fa l'esame, non c'hai ancora il mandato dalla CONSOB, non è vero, una bugia a fin de bene, no?
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ma per il bene di chi? Del cliente che si becca una un po' bugiarda e molto incompetente su prodotto e vendita, perché di fatto la formazione non l'ho fatta.
MARCO CASU - Direttore generale Alleanza assicurazioni
Non abbiamo mai detto, né ci sogniamo di dire che la formazione non si deve fare, anzi è un momento costitutivo del rapporto con i nostri neocollaboratori.
AUTRICE
Certo si farà pure, però a me danno subito a lavorare
AUTRICE
Pronto buongiorno la chiamo da Alleanza e volevo sapere quando era possibile passare per sistemare il mese di agosto?
E se le dicessi che io sono stata da alcuni suoi clienti da alcuni risparmiatori.
SIGNORA
Quanto abbiamo detto?
AUTRICE
384 e 76 centesimi
SIGNORA
Mo speriamo che c'ho i centesimi, mo vado a vedere.
AUTRICE
Ho ritirato i soldi e non avevo nemmeno dato i documenti alla sua agenzia.
MARCO CASU - Direttore generale Alleanza assicurazioni
Mi spiace sentirlo, non è previsto ed è quindi un'attività questa, che, se verificata dai noi controlli è sanzionabile.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Quella volta lì non hanno controllato, andiamo avanti.
AUTRICE
Siamo di Alleanza
PROMOTORE ALLEANZA
Alleanza è fa polizze a pagamento mensile con incasso a domicilio. Dice perché questa rottura? Perché questo ci permette di tenere caldo il rapporto con il cliente, ripetutamente nel tempo e ovviamente noi non andiamo a casa sua per fare un servizio gratis, andiamo a casa sua per fare un servizio di consulenza.
PROMOTRICE ALLEANZA
Ogni volta che gli stacchi la ricevuta al cliente, il cliente ha un costo.
PROMOTORE ALLEANZA
Il prodotto meno costi ha per il cliente, più guadagni ha per il cliente, meno vantaggi ha per noi è ?!
AUTRICE
Quindi praticamente il cliente dà 100 euro, da questi 100 euro vengono decurtati i costi a secondo delle varie voci.
PROMOTORE ALLEANZA
Però noi non gliele dobbiamo spiegare tutte queste cose al cliente, perché non è questo che il cliente vuole sapere.
CLIENTE
Io gliene ho dati 50?!
MARIA
In questo settore è così, quello che più paga, più viene venduto.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Quello che ho capito è che bisogna vendere il prodotto che è interessante per la compagnia e le mie provvigioni, il cliente deve solo mettere mano al portafogli, per il resto meno sa, meno capisce e meglio è. Nelle convention di alleanza la considerazione per il cliente però è un'altra.
Video redazionale Alleanza assicurazioni
Hanno successo solo le organizzazioni che sanno puntare fortemente sull'etica e l'integrità
SANDRO SALVATI - Presidente Alleanza Assicurazioni
Mi sgolerò, fino all'ultimo della forza delle mie corde vocali per dire ancora che considero il mestiere di Agente, di Agente Generale, in assicurazioni uno dei mestieri più belli del mondo.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
E secondo il presidente di Alleanza Sandro Salvati la bellezza sta tutta nel rapporto con il cliente!
SANDRO SALVATI - Presidente Alleanza Assicurazioni
Un rapporto tra 2 persone chi deve scegliere consapevolmente e chi, il consulente deve mettere in condizione consapevole il cittadino, attraverso una consulenza chiara e trasparente.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Nelle agenzie dove sono stata io però, tutta questa trasparenza non si è vista e la trattativa a cui un amico si è gentilmente prestato è andata così.
CLIENTE
Volevo capire di quei 300 euro che vi do, li investite tutti?
PROMOTRICE ALLEANZA
Certo!
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ha detto certo rifacciamo la domanda.
CLIENTE
Volevo capire che costi ho, dai 300 euro non vanno tolti dei costi?
PROMOTRICE ALLEANZA
No, considera che ci sta uno 0,50 euro sui diritti di incasso.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ora qualcosa ha tolto, il mio amico, adeguatamente addestrato, rifà la domanda.
CLIENTE
È tutto, solo lo 0,50 di costi?
PROMOTRICE ALLEANZA
Ci sta un altro 3% di costi, poi il resto viene investito tutto.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ci fermiamo qui, ma chissà, continuando a chiedere a quanto sarebbero arrivati i costi, ma il cliente non deve sapere, ormai lo ho imparato anch'io! Nei giorni trascorsi nelle agenzie di Alleanza si parlava molto di un obbiettivo aziendale, per il quale si promettevano premi alle agenzie, il progetto partner.
AUTRICE
Cos'è il progetto partner?
MARCO CASU - Direttore generale Alleanza assicurazioni
Il progetto partner è un progetto attraverso il quale noi abbiamo chiesto in assoluta trasparenza, ad alcuni clienti del nostro portafoglio, di trasformare le polizze, utilizzando la nuova gestione separata che è l'euro San Giorgio, più dinamica, più flessibile che ha investimenti più remunerativi.
AUTRICE
Il cliente quindi avrebbe tutto da guadagnarci, ma chi l'euro San Giorgio lo deve vendere dice altre cose.
MARIA
Io, se tu mi dai 100 mila euro, non te la vendo, a me! Però quegli altri…cioè, tu immagina di essere uno che guadagna solo da questa cazzo di Alleanza ti vengono a dire "vendi questo prodotto perché è buono". Tu magari, non sei neanche tanto esperto di finanziaria etc. Mi hanno detto che lo pagano bene, perché non lo devo vendere? Se tu sei un professionista e lo fai come si deve tu arrivi dal cliente e gli vendi quello che gli si addice. Se tu invece pensi solo come arrivare alla fine del mese e hai le pressioni dall'alto che ti dico deve vendere devi vendere, tu vai a vendere questa. Questo è il cavallo di battaglia.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ma Maria non è la sola a vedere le cose così, un giorno in una chiacchierata tra colleghi qualcuno comincia a sfogarsi.
GIORGIO
Loro fanno questo ragionamento: tu hai un fondo, il vecchio fondo, che ti garantiva il 4%; male che andava tu dovevi avere per forza il 4%, rischiavi poco.
MARIA
Siccome il fondo nel quale l'azienda sta investendo 'sti soldi dei clienti sta dando meno, allora non vuole rischiare di dovergli pagare di più di quello che il fondo effettivamente gli renderà.
GIORGIO
Ora, loro dicono "c'è un altro fondo", si inventano, "nel futuro andremo benissimo, prenderemo il 7%, il 10%, il 15%" a parole, "però c'è un altro fondo; non ti possiamo dare più il 4%, ti possiamo garantire il 2%, però questo fondo è legato all'euro, all'Euro San Giorgio, non più al fondo San Giorgio che era una garanzia. Cioè la possibilità di prendere il 4% ci metti proprio una croce nera, finito, non lo prendi più.
AUTRICE
È comprensibile però che una compagnia non voglia rimetterci?
MARIA
Tieni conto che lei comunque non ci rimette, perché comunque si è tenuta i costi, vuole guadagnarci di più.
AUTRICE
E come fa?
MARIA
Si deve sbolognare dal groppone queste polizze che se arrivano in scadenza e i tassi continuano ad essere questi non gli sta bene.
AUTRICE
Paga troppo.
MARIA
Paga troppo al cliente, quindi si deve sbolognare questa rogna prima possibile.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Secondo alcuni promotori e agenti di Alleanza la compagnia vorrebbe che loro convincessero chi ha una polizza che rende il 4% sicuro a farne una che rende il 2, cioè la metà, ma come pensano di convincerli?
GIORGIO
Quale vuoi? La consulenza spicciola o la consulenza proprio precisa, formativa, per farti fessa? Quale delle due consulenze vuoi? Quella là al 90% stracciata che fanno tutti quanti o vuoi quella del consulente che ti dice tante belle cose ma ti fa fessa?
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Consapevoli dei nostri limiti scegliamo la consulenza per ignoranti?
GIORGIO
Signora, senta, ora c'è un nuovo fondo che è meraviglioso; il vecchio ormai - l'ignorante - state a sentire a me, questo è un contratto buonissimo perché ora attingete gli interessi su un fondo europeo. Ottimo, infatti vedete, sta scritto 2% qui. Il cliente mica va a ricordare che il suo tasso tecnico era il 4%, mica va a ricordare altre cose; e questo sicuramente ve lo diamo.
AUTRICE
Ma se io ti dico "mi pare di ricordare che una volta io ci avevo il 4%?
GIORGIO
Sì signora, ma il 4% che voi avete avuto è fisso, mentre questo qua è flessibile, il 2% è garantito e può arrivare pure al 7-8 perché l'euro, lei saprà…e tante altre cose che si sciorinano.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Parole che tornano durante una reale trattativa di Alleanza sul progetto partner.
PROMOTRICE ALLEANZA
Il progetto Partner è una cosa molto buona perché quello che il cliente ha maturato, tolte le spese, viene poggiato su un fondo Euro San Giorgio a maturare interessi, macina interessi su interessi, gli interessi, poi vengono reinvestiti e quindi è una cosa …
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Lo stesso ci ripetono in Alleanza.
MARCO CASU - Direttore generale Alleanza assicurazioni
C'è la ragionevole presunzione che, a scadenza, possa consentire al cliente di ottenere un capitale superiore.
AUTRICE
Mi faccia capire voi ad una persona che ha un rendimento minimo garantito del 4% oggi proponete un rendimento minimo garantito del 2% dicendo che comunque la flessibilità gli farà avere più del 4.
MARCO CASU - Direttore generale Alleanza assicurazioni
Certo, certo, non c'è garanzia e questo è chiaramente scritto.
MARIA
C'è scritto, ma, se io te l'ho impastrocchiata talmente che una firma in più non cambia nulla ma quella firma in più, servirà poi a loro per dire al cliente "hai firmato, hai messo una firma in più… che vuoi?".
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Il contratto non bara , e questo vale per le banche e per le compagnie di assicurazioni, ma nessuno di noi capisce granché e quindi quello che fa La differenza è come ti viene raccontato. E qui siamo nelle mani di chi ce lo vende. Ogni contratto è una commissione, che sarà tanto più alta quanto più sarà conveniente per la compagnia. E la compagnia o la banca indipendentemente da quel che vende si accaparra in media il 2% di costi, il 500% in più rispetto a Stati Uniti ed anche alla Svizzera. Su questo fatto che si mangia ogni anno 20 miliardi di euro dai nostri risparmi nessuna legge e nessuna discussione ha mai messo il dito.
L'avidità è senza fine, chissà se Giovanna Corsetti continuerà a lavorare per noi o cambierà mestiere.
("O la borsa o la vita" venerdì 15 ottobre 2004 ore 21:00 - Rai 3)
"..Franco, Maria, Luisa ci hanno scritto che dopo anni passati a cercare di portare a casa lo stipendio senza troppi danni per il cliente , adesso non ce la facevano più a salvare capra e cavoli. La loro compagnia Alleanza Assicurazioni chiede troppo. Cosa vuol dire? L'unica modo per saperlo è quella di diventare agenti e Giovanna Corsetti l'ha fatto.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Una mattina partiamo e andiamo a trovare chi ci aveva scritto: Maria, la incontriamo nel suo ufficio e comincia a raccontarci.
MARIA
Io questo coso non l'ho venduto perché a me mi fa schifo, perché me lo sono andato a studiare, ma questa sono io, gli altri 10 mila collaboratori, dice "sì, quanto guadagno? Vabbé, vado"
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Invece di andare subito dal capo a chiedere che cosa fa tanto schifo a Maria, decido di entrare dalla porta di servizio e di mettermi a fare l'agente assicurativo per vedere come si vive nelle agenzie. Molte delle cose anticipateci da Maria, come vedremo, risulteranno essere vere.
MARIA
Tu ti trovi lì che questi stanno con la bava alla bocca perché non gli pare vero che gli arriva un collaboratore sveglio, perché poi vedono che chiacchieri, fai, dicono "abbiamo vinto al Totocalcio."
AUTRICE
Volevamo sapere, signora, se cercate gente Promotrice Alleanza.
ALLEANZA ASSICURAZIONI
Si perché noi ci avvaliamo di collaboratori esterni, tutti quanti siamo partiti come collaboratori esterni e poi piano, piano…
MARIA
Tu entri, pigliano a te, a lui, a chiunque, ti fanno "ah lei può fare carriera, noi la potremo assumere"; invece poi ti assumono dopo 2-3 anni perché nel frattempo ti sfruttano…
PROMOTORE FINANZIARIO
Cioè voglio dire da noi esiste realmente l'assunzione, la tredicesima, la quattordicesima, le ferie pagate, però, l'Alleanza prima di assumere un dipendente che poi gli deve dare uno stipendio fisso, la persona o vale o..
MARIA
Allora, tu ti impegni i primi mesi, poi ti accorgi che i soldi non sono quelli che ti avevano promesso, la carriera richiede tempi lunghissimi, ti alzi e te ne vai.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Per anch'io me ne vado, ma prima di congedarmi.
PROMOTORE FINANZIARIO
Gli dai una lettera di nomina per uno, così dopo se la leggono. Poi gli dai anche un TuttoProdotti e loro incominciano a leggere, gli dico io quello che devono leggere.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Torno il giorno dopo per iniziare la formazione
PROMOTORE FINANZIARIO
Allora avete studiato un po'?
AUTRICE
Un po' si
MARIA
Se ci hai culo ti fanno fare un corso di formazione di tre giorni, tre mattine,
AUTRICE
Se no niente, a digiuno?
MARIA
Altrimenti te li spiega il responsabile, il capo settore che ti seguirà, ti spiega, ti dà una infarinatura, tu non ci capirai quasi niente perché un'infarinatura è un'infarinatura.
PROMOTORE ALLEANZA
Qui da noi, non facciamo tre mesi di stage pe poi incomincià a lavorà, perché se no i soldi li vediamo dopo 6 mesi, qui da noi cerchiamo di fare tutto in contemporanea, la mattina se fa un po' di formazione, secondo me dovete incomincià a provà.
AUTRICE
Come?
PROMOTORE ALLEANZA
L'importante se io ho un contatto, cioè conosco delle persone che hanno anche possibilità, "guarda, sto in una società che offre anche servizi finanziari, te posso venì a trovare?".Punto, Di che si tratta? Preferisco venirte a trovare.
AUTRICE
Farlo sentire assistito.
PROMOTORE ALLEANZA
Ma più che assistito, noi ci dobbiamo fa i contratti.
MARIA
T'ammollano lì una zona di 50 clienti e ti portano a fare le trattative.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Però prima qualcosa me la spiegano.
PROMOTORE ALLEANZA
Anche nella semplice telefonata, nel semplice appuntamento, ci sono delle strategie.
AUTRICE
Che faccio spiego che ho appena cominciato?
PROMOTORE ALLEANZA
No, no tu gli devi dire che sta a fa l'esame, non c'hai ancora il mandato dalla CONSOB, non è vero, una bugia a fin de bene, no?
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ma per il bene di chi? Del cliente che si becca una un po' bugiarda e molto incompetente su prodotto e vendita, perché di fatto la formazione non l'ho fatta.
MARCO CASU - Direttore generale Alleanza assicurazioni
Non abbiamo mai detto, né ci sogniamo di dire che la formazione non si deve fare, anzi è un momento costitutivo del rapporto con i nostri neocollaboratori.
AUTRICE
Certo si farà pure, però a me danno subito a lavorare
AUTRICE
Pronto buongiorno la chiamo da Alleanza e volevo sapere quando era possibile passare per sistemare il mese di agosto?
E se le dicessi che io sono stata da alcuni suoi clienti da alcuni risparmiatori.
SIGNORA
Quanto abbiamo detto?
AUTRICE
384 e 76 centesimi
SIGNORA
Mo speriamo che c'ho i centesimi, mo vado a vedere.
AUTRICE
Ho ritirato i soldi e non avevo nemmeno dato i documenti alla sua agenzia.
MARCO CASU - Direttore generale Alleanza assicurazioni
Mi spiace sentirlo, non è previsto ed è quindi un'attività questa, che, se verificata dai noi controlli è sanzionabile.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Quella volta lì non hanno controllato, andiamo avanti.
AUTRICE
Siamo di Alleanza
PROMOTORE ALLEANZA
Alleanza è fa polizze a pagamento mensile con incasso a domicilio. Dice perché questa rottura? Perché questo ci permette di tenere caldo il rapporto con il cliente, ripetutamente nel tempo e ovviamente noi non andiamo a casa sua per fare un servizio gratis, andiamo a casa sua per fare un servizio di consulenza.
PROMOTRICE ALLEANZA
Ogni volta che gli stacchi la ricevuta al cliente, il cliente ha un costo.
PROMOTORE ALLEANZA
Il prodotto meno costi ha per il cliente, più guadagni ha per il cliente, meno vantaggi ha per noi è ?!
AUTRICE
Quindi praticamente il cliente dà 100 euro, da questi 100 euro vengono decurtati i costi a secondo delle varie voci.
PROMOTORE ALLEANZA
Però noi non gliele dobbiamo spiegare tutte queste cose al cliente, perché non è questo che il cliente vuole sapere.
CLIENTE
Io gliene ho dati 50?!
MARIA
In questo settore è così, quello che più paga, più viene venduto.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Quello che ho capito è che bisogna vendere il prodotto che è interessante per la compagnia e le mie provvigioni, il cliente deve solo mettere mano al portafogli, per il resto meno sa, meno capisce e meglio è. Nelle convention di alleanza la considerazione per il cliente però è un'altra.
Video redazionale Alleanza assicurazioni
Hanno successo solo le organizzazioni che sanno puntare fortemente sull'etica e l'integrità
SANDRO SALVATI - Presidente Alleanza Assicurazioni
Mi sgolerò, fino all'ultimo della forza delle mie corde vocali per dire ancora che considero il mestiere di Agente, di Agente Generale, in assicurazioni uno dei mestieri più belli del mondo.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
E secondo il presidente di Alleanza Sandro Salvati la bellezza sta tutta nel rapporto con il cliente!
SANDRO SALVATI - Presidente Alleanza Assicurazioni
Un rapporto tra 2 persone chi deve scegliere consapevolmente e chi, il consulente deve mettere in condizione consapevole il cittadino, attraverso una consulenza chiara e trasparente.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Nelle agenzie dove sono stata io però, tutta questa trasparenza non si è vista e la trattativa a cui un amico si è gentilmente prestato è andata così.
CLIENTE
Volevo capire di quei 300 euro che vi do, li investite tutti?
PROMOTRICE ALLEANZA
Certo!
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ha detto certo rifacciamo la domanda.
CLIENTE
Volevo capire che costi ho, dai 300 euro non vanno tolti dei costi?
PROMOTRICE ALLEANZA
No, considera che ci sta uno 0,50 euro sui diritti di incasso.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ora qualcosa ha tolto, il mio amico, adeguatamente addestrato, rifà la domanda.
CLIENTE
È tutto, solo lo 0,50 di costi?
PROMOTRICE ALLEANZA
Ci sta un altro 3% di costi, poi il resto viene investito tutto.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ci fermiamo qui, ma chissà, continuando a chiedere a quanto sarebbero arrivati i costi, ma il cliente non deve sapere, ormai lo ho imparato anch'io! Nei giorni trascorsi nelle agenzie di Alleanza si parlava molto di un obbiettivo aziendale, per il quale si promettevano premi alle agenzie, il progetto partner.
AUTRICE
Cos'è il progetto partner?
MARCO CASU - Direttore generale Alleanza assicurazioni
Il progetto partner è un progetto attraverso il quale noi abbiamo chiesto in assoluta trasparenza, ad alcuni clienti del nostro portafoglio, di trasformare le polizze, utilizzando la nuova gestione separata che è l'euro San Giorgio, più dinamica, più flessibile che ha investimenti più remunerativi.
AUTRICE
Il cliente quindi avrebbe tutto da guadagnarci, ma chi l'euro San Giorgio lo deve vendere dice altre cose.
MARIA
Io, se tu mi dai 100 mila euro, non te la vendo, a me! Però quegli altri…cioè, tu immagina di essere uno che guadagna solo da questa cazzo di Alleanza ti vengono a dire "vendi questo prodotto perché è buono". Tu magari, non sei neanche tanto esperto di finanziaria etc. Mi hanno detto che lo pagano bene, perché non lo devo vendere? Se tu sei un professionista e lo fai come si deve tu arrivi dal cliente e gli vendi quello che gli si addice. Se tu invece pensi solo come arrivare alla fine del mese e hai le pressioni dall'alto che ti dico deve vendere devi vendere, tu vai a vendere questa. Questo è il cavallo di battaglia.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Ma Maria non è la sola a vedere le cose così, un giorno in una chiacchierata tra colleghi qualcuno comincia a sfogarsi.
GIORGIO
Loro fanno questo ragionamento: tu hai un fondo, il vecchio fondo, che ti garantiva il 4%; male che andava tu dovevi avere per forza il 4%, rischiavi poco.
MARIA
Siccome il fondo nel quale l'azienda sta investendo 'sti soldi dei clienti sta dando meno, allora non vuole rischiare di dovergli pagare di più di quello che il fondo effettivamente gli renderà.
GIORGIO
Ora, loro dicono "c'è un altro fondo", si inventano, "nel futuro andremo benissimo, prenderemo il 7%, il 10%, il 15%" a parole, "però c'è un altro fondo; non ti possiamo dare più il 4%, ti possiamo garantire il 2%, però questo fondo è legato all'euro, all'Euro San Giorgio, non più al fondo San Giorgio che era una garanzia. Cioè la possibilità di prendere il 4% ci metti proprio una croce nera, finito, non lo prendi più.
AUTRICE
È comprensibile però che una compagnia non voglia rimetterci?
MARIA
Tieni conto che lei comunque non ci rimette, perché comunque si è tenuta i costi, vuole guadagnarci di più.
AUTRICE
E come fa?
MARIA
Si deve sbolognare dal groppone queste polizze che se arrivano in scadenza e i tassi continuano ad essere questi non gli sta bene.
AUTRICE
Paga troppo.
MARIA
Paga troppo al cliente, quindi si deve sbolognare questa rogna prima possibile.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Secondo alcuni promotori e agenti di Alleanza la compagnia vorrebbe che loro convincessero chi ha una polizza che rende il 4% sicuro a farne una che rende il 2, cioè la metà, ma come pensano di convincerli?
GIORGIO
Quale vuoi? La consulenza spicciola o la consulenza proprio precisa, formativa, per farti fessa? Quale delle due consulenze vuoi? Quella là al 90% stracciata che fanno tutti quanti o vuoi quella del consulente che ti dice tante belle cose ma ti fa fessa?
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Consapevoli dei nostri limiti scegliamo la consulenza per ignoranti?
GIORGIO
Signora, senta, ora c'è un nuovo fondo che è meraviglioso; il vecchio ormai - l'ignorante - state a sentire a me, questo è un contratto buonissimo perché ora attingete gli interessi su un fondo europeo. Ottimo, infatti vedete, sta scritto 2% qui. Il cliente mica va a ricordare che il suo tasso tecnico era il 4%, mica va a ricordare altre cose; e questo sicuramente ve lo diamo.
AUTRICE
Ma se io ti dico "mi pare di ricordare che una volta io ci avevo il 4%?
GIORGIO
Sì signora, ma il 4% che voi avete avuto è fisso, mentre questo qua è flessibile, il 2% è garantito e può arrivare pure al 7-8 perché l'euro, lei saprà…e tante altre cose che si sciorinano.
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Parole che tornano durante una reale trattativa di Alleanza sul progetto partner.
PROMOTRICE ALLEANZA
Il progetto Partner è una cosa molto buona perché quello che il cliente ha maturato, tolte le spese, viene poggiato su un fondo Euro San Giorgio a maturare interessi, macina interessi su interessi, gli interessi, poi vengono reinvestiti e quindi è una cosa …
VOCE FUORI CAMPO DELL'AUTRICE
Lo stesso ci ripetono in Alleanza.
MARCO CASU - Direttore generale Alleanza assicurazioni
C'è la ragionevole presunzione che, a scadenza, possa consentire al cliente di ottenere un capitale superiore.
AUTRICE
Mi faccia capire voi ad una persona che ha un rendimento minimo garantito del 4% oggi proponete un rendimento minimo garantito del 2% dicendo che comunque la flessibilità gli farà avere più del 4.
MARCO CASU - Direttore generale Alleanza assicurazioni
Certo, certo, non c'è garanzia e questo è chiaramente scritto.
MARIA
C'è scritto, ma, se io te l'ho impastrocchiata talmente che una firma in più non cambia nulla ma quella firma in più, servirà poi a loro per dire al cliente "hai firmato, hai messo una firma in più… che vuoi?".
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Il contratto non bara , e questo vale per le banche e per le compagnie di assicurazioni, ma nessuno di noi capisce granché e quindi quello che fa La differenza è come ti viene raccontato. E qui siamo nelle mani di chi ce lo vende. Ogni contratto è una commissione, che sarà tanto più alta quanto più sarà conveniente per la compagnia. E la compagnia o la banca indipendentemente da quel che vende si accaparra in media il 2% di costi, il 500% in più rispetto a Stati Uniti ed anche alla Svizzera. Su questo fatto che si mangia ogni anno 20 miliardi di euro dai nostri risparmi nessuna legge e nessuna discussione ha mai messo il dito.
L'avidità è senza fine, chissà se Giovanna Corsetti continuerà a lavorare per noi o cambierà mestiere.
("O la borsa o la vita" venerdì 15 ottobre 2004 ore 21:00 - Rai 3)
il capitalismo brutale di WAL-MART
CANADA, WAL MART CHIUDE NEGOZIO SINDACALIZZATO
E negli Usa paga 135.000 dollari di multa per lavoro minorile pericoloso
Mentre in Italia si riaccendono le voci su un possibile acquisto di Esselunga da parte di Wal-Mart, il colosso americano della grande distribuzione fa parlare ancora di sé, per le sue politiche anti-sindacali.
Nei giorni scorsi, la compagnia ha annunciato che il 6 maggio chiuderà il proprio negozio canadese di Jonquire, in Quebec, il primo centro Wal-Mart in Canada dove, lo scorso agosto, la maggioranza dei 190 lavoratori ha aderito al sindacato United Food and Commercial Workers (UFCW).
La decisione è stata assunta durante le trattative che avrebbero dovuto portare al primo contratto collettivo di lavoro. Dopo tre mesi di riunioni infruttuose, il sindacato aveva chiesto, il 1° febbraio, l’arbitrato del ministro del Lavoro del Quebec.
La motivazione ufficiale data da Wal-Mart è che il negozio di Jonquire non fa abbastanza profitti ma secondo l’UCFW si tratta di “un’amara lezione” inflitta ai lavoratori, colpevoli di aver aderito al sindacato, scoraggiando altri dall’imitarli.
Secondo l’UCFW, che ha annunciato un’azione legale, la motivazione fornita da Wal-Mart è infondata e la decisione della chiusura sarebbe stata presa da Wal-Mart diversi mesi fa, prima di sedersi al tavolo delle trattative, quando è stata ufficializzata la nascita della rappresentanza sindacale a Jonquire.
“Ciò che Wal-Mart vuole è il potere assoluto sui suoi lavoratori, i suoi fornitori e le città in cui opera”, accusa l’UCFW.
Una rappresentanza sindacale dell’UFCW si è costiuita il 19 gennaio anche nel negozio canadese di Wal Mart a Saint-Hyacinthe, in Quebec, dove ha aderito al sindacato la maggioranza dei duecento dipendenti, mentre è in corso la costituzione di rappresentanze in altri 12 centri Wal-Mart in Quebec, Saskatchewan e British Columbia.
Ieri Wal-Mart ha pubblicato un annuncio a pagamento di un’intera pagina su alcuni quotidiani canadesi, rivolgendosi ai suoi dipendenti, sotto forma di lettera aperta, affermando: “Voi rappresentate la pietra angolare della nostra organizzazione e riteniamo che sia un privilegio avere un team così eccezionale”.
La compagnia afferma che gli ultimi giorni sono stati “molto faticosi” e assicura i propri lavoratori che essi rappresentano la “più grande forza”: “Non lasciate mai che qualcuno o i mezzi d’informazione vi dicano il contrario”.
La presidente territoriale del sindacato UCFW, Marie-Josée Lemieux, ha replica che “il Quebec non è il Far-West, dove tutto è permesso al cowboy che possiede il revolver più grosso. Noi abbbiamo delle leggi sul lavoro. Noi chiediamo a Wal-Mart di rispettare i suoi lavoratori e le sue lavoratrici e di smettere di ridicolizzare il loro diritto d’associazione, previsto dal Codice del lavoro”.
In Canada, sono oltre 60.000 i lavoratori impiegati presso i 241 centri Wal-Mart. In Europa, la catena americana è presente in Gran Bretagna, con il marchio ASDA, e in Germania.
Sul sito statunitense di Wal-Mart, al paragrafo “Sindacati”, si legge: “A Wal-Mart rispettiamo i diritti individuali dei nostri dipendenti e li incoraggiamo ad esprimere le loro idee, commenti e preoccupazioni. Poiché siamo impegnati a mantenere un clima di comunicazioni aperte, non riteniamo ci sia necessità di una rappresentanza terza”.
Intano, negli Stati Uniti, l’11 febbraio il Dipartimento del Lavoro ha comunicato che Wal-Mart ha accettato di pagare una multa di 135.540 dollari, per aver impiegato minorenni in lavori pericolosi.
I fatti si riferiscono al periodo 1998-2002, riguardano 24 ragazzi e sono avvenuti in Arkansas, Connecticut e New Hampshire. Wal-Mart ha accettato di pagare, pur respingendo le accuse.
http://www.rsinews.it/newsformat1.asp?news=640
rsinews 15 febbraio 2005
E negli Usa paga 135.000 dollari di multa per lavoro minorile pericoloso
Mentre in Italia si riaccendono le voci su un possibile acquisto di Esselunga da parte di Wal-Mart, il colosso americano della grande distribuzione fa parlare ancora di sé, per le sue politiche anti-sindacali.
Nei giorni scorsi, la compagnia ha annunciato che il 6 maggio chiuderà il proprio negozio canadese di Jonquire, in Quebec, il primo centro Wal-Mart in Canada dove, lo scorso agosto, la maggioranza dei 190 lavoratori ha aderito al sindacato United Food and Commercial Workers (UFCW).
La decisione è stata assunta durante le trattative che avrebbero dovuto portare al primo contratto collettivo di lavoro. Dopo tre mesi di riunioni infruttuose, il sindacato aveva chiesto, il 1° febbraio, l’arbitrato del ministro del Lavoro del Quebec.
La motivazione ufficiale data da Wal-Mart è che il negozio di Jonquire non fa abbastanza profitti ma secondo l’UCFW si tratta di “un’amara lezione” inflitta ai lavoratori, colpevoli di aver aderito al sindacato, scoraggiando altri dall’imitarli.
Secondo l’UCFW, che ha annunciato un’azione legale, la motivazione fornita da Wal-Mart è infondata e la decisione della chiusura sarebbe stata presa da Wal-Mart diversi mesi fa, prima di sedersi al tavolo delle trattative, quando è stata ufficializzata la nascita della rappresentanza sindacale a Jonquire.
“Ciò che Wal-Mart vuole è il potere assoluto sui suoi lavoratori, i suoi fornitori e le città in cui opera”, accusa l’UCFW.
Una rappresentanza sindacale dell’UFCW si è costiuita il 19 gennaio anche nel negozio canadese di Wal Mart a Saint-Hyacinthe, in Quebec, dove ha aderito al sindacato la maggioranza dei duecento dipendenti, mentre è in corso la costituzione di rappresentanze in altri 12 centri Wal-Mart in Quebec, Saskatchewan e British Columbia.
Ieri Wal-Mart ha pubblicato un annuncio a pagamento di un’intera pagina su alcuni quotidiani canadesi, rivolgendosi ai suoi dipendenti, sotto forma di lettera aperta, affermando: “Voi rappresentate la pietra angolare della nostra organizzazione e riteniamo che sia un privilegio avere un team così eccezionale”.
La compagnia afferma che gli ultimi giorni sono stati “molto faticosi” e assicura i propri lavoratori che essi rappresentano la “più grande forza”: “Non lasciate mai che qualcuno o i mezzi d’informazione vi dicano il contrario”.
La presidente territoriale del sindacato UCFW, Marie-Josée Lemieux, ha replica che “il Quebec non è il Far-West, dove tutto è permesso al cowboy che possiede il revolver più grosso. Noi abbbiamo delle leggi sul lavoro. Noi chiediamo a Wal-Mart di rispettare i suoi lavoratori e le sue lavoratrici e di smettere di ridicolizzare il loro diritto d’associazione, previsto dal Codice del lavoro”.
In Canada, sono oltre 60.000 i lavoratori impiegati presso i 241 centri Wal-Mart. In Europa, la catena americana è presente in Gran Bretagna, con il marchio ASDA, e in Germania.
Sul sito statunitense di Wal-Mart, al paragrafo “Sindacati”, si legge: “A Wal-Mart rispettiamo i diritti individuali dei nostri dipendenti e li incoraggiamo ad esprimere le loro idee, commenti e preoccupazioni. Poiché siamo impegnati a mantenere un clima di comunicazioni aperte, non riteniamo ci sia necessità di una rappresentanza terza”.
Intano, negli Stati Uniti, l’11 febbraio il Dipartimento del Lavoro ha comunicato che Wal-Mart ha accettato di pagare una multa di 135.540 dollari, per aver impiegato minorenni in lavori pericolosi.
I fatti si riferiscono al periodo 1998-2002, riguardano 24 ragazzi e sono avvenuti in Arkansas, Connecticut e New Hampshire. Wal-Mart ha accettato di pagare, pur respingendo le accuse.
http://www.rsinews.it/newsformat1.asp?news=640
rsinews 15 febbraio 2005
Berlusconi : diritti televisivi gonfiati, società offshore, fondi neri per i figlioletti
Da l'Unità del 21 febbraio 2005
Sui fondi Mediaset il bianchetto della salvaPreviti
Marco Travaglio
Più che un'indagine, quella sulla compravendita dei diritti televisivi e cinematografici Mediaset pare un monumento al conflitto d'interessi. Ma anche una grande, spettacolare gimkana. Un lungo e tortuoso slalom fra regole esistenti e nuove norme ad personam (falso in bilancio), condoni fiscali e defiscalizzazioni (legge Tremonti), ostacoli di ogni genere alle rogatorie internazionali (prima la legge che le cestinava, poi il blocco deciso da Castelli), impunità incostituzionali (Lodo Maccanico) e ora il SalvaPreviti sulla prescrizione, che in realtà è un SalvaBerlusconi. Una legge-vergogna che, se se passerà, porterà a morte sicura anche l'ultimo fascicolo aperto a Milano sul Cavaliere. Ancora una volta (sarebbe la settima) non perchè non ci sia reato. Ma per prescrizione.
I pm Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale, che lavorano a questo caso da quattro anni nel silenzio più assoluto, vanno comunque avanti. E chiudono, prima dello scadere dell'ultima proroga consentita, un lavoro che ha fruttato rogatorie in 12 paesi, 500 mila pagine di atti e 21 fogli di «avviso di conclusione delle indagini»: quello che prelude, entro un mese, alla richiesta di rinvio a giudizio. Per 14 indagati: Silvio Berlusconi (appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio), Fedele Confalonieri («solo» falso in bilancio), i presunti soci occulti Frank Agrama (cittadino Usa, già agente Paramount) e Daniele Lorenzano (ex capoacquisti Fininvest), il superconsulente inglese David Mills (marito di una ministra del governo Blair), il presunto prestanome Erminio Giraudi(mercante di carni a Montecarlo), il banchiere svizzero Paolo Del Bue, il cugino del Cavaliere Giancarlo Foscale e la moglie Candia Camaggi (responsabili della finanza svizzera), una sfilza di altri dirigenti e manager del Biscione. Stralciati Marina e Piersilvio: su di loro si continua a indagare per riciclaggio.
Una cresta dopo l'altra
L’inchiesta nasce da una costola di quella - chiusa con la prescrizione, grazie alla controriforma del falso in bilancio - sui 1550 miliardi di fondi neri Fininvest. L'attenzione dei pm si concentra su due misteriose società estere legate alla lussemburghese Silvio Berlusconi Finanziaria: la Century One e la Universal One. I loro conti svizzeri sono l'ultimo domicilio conosciuto della gran parte dei fondi neri (104 miliardi) «distratti» e dirottati «su conti bancari in Svizzera, alle Bahamas, a Montecarlo, nella disponibilità degli indagati» e «gestiti da fiduciari di Berlusconi».
Come nascono i fondi neri? Con un ingegnoso sistema di «creste» legato, appunto, all'acquisto dei diritti in America. Mediaset non li comprava direttamente. Li faceva acquistare da società off-shore, fra cui Century One e Universal One, che a loro volta li rivendevano ad altre società gemelle, in una sorta di catena di sant'Antonio: a ogni passaggio, il prezzo aumentava. Fittiziamente, secondo l'accusa. Una cresta oggi, una cresta domani: così la differenza fra il valore reale e quello gonfiato alimentava il polmone dei fondi neri. E - sostiene la Procura - a ingrassava le tasche degli indagati. Soprattutto di Silvio Berlusconi.
Ma perchè - domanda malizioso l'avvocato Niccolò Ghedini - Berlusconi avrebbe dovuto rubare «soldi suoi»? E come avrebbe fatto, visto che - è sempre Ghedini che parla - «da quando è entrato in politica nel '93 ha lasciato tutte le cariche e non può esperire alcun atto?».
Tre reati, tre moventi
La prima domanda riguarda i moventi. Che, secondo i pm, sono tre. Primo: il premier s'è messo in tasca, lui e i suoi cari, l'equivalente di 280 milioni di euro (in dollari, lire, franchi francesi e svizzeri, e persino in fiorini olandesi), ovviamente in nero (appropriazione indebita). Secondo: su quei fondi neri non ha pagato le tasse, esponendo al fisco costi fittizi per abbattere i redditi e pompare le perdite, sottraendo all'erario 124 miliardi di lire fra il 1996 e il '99 (frode fiscale). Terzo: ha gonfiato il valore dei magazzini e dunque dell'azienda, approfittandone al momento della quotazione in Borsa, avvenuta nel 1996 «sulla base di una falsa rappresentazione della consistenza patrimoniale della società». Il tutto iscrivendo nei libri contabili «maggiori costi» per «mascherare la formazione di ingenti fondi neri», «con l'intenzione di ingannare i soci e il pubblico circa la situazione patrimoniale della società» (falso in bilancio fino al 2000).
La seconda domanda di Ghedini, nell'ipotesi accusatoria, ha una risposta semplice semplice: Berlusconi finge da 12 anni di disinteressarsi di Mediaset, ma in realtà ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo. Anche nel 1994, quand'era presidente del Consiglio. E poi almeno fino al 1999, quand' era capo dell'opposizione. In quanto principale azionista, è una sorta di prestanome di se stesso.
Week end, Stato e bottega
La prova? Una serie di testimonianze che raccontano come il Cavaliere, nei week-end, non si limiti alle cantatine con Apicella. Ma abbia continuato a dare disposizioni, sull'acquisizione di quei diritti cine-tv e sull'espansione del suo impero all'estero, ai suoi uomini di fiducia. Quali? Soprattutto Carlo Bernasconi, capo della Silvio Berlusconi Communications (morto nel 2001); Oliver Novick, responsabile della Direzione corporate development (che già nel '95 aveva ammesso di aver «continuato a parlare con Berlusconi della questione Spagna fino all'estate '94»); e Lorenzano, plenipotenziario per il commercio dei film a Hollywood. L'hanno raccontato alcuni collaboratori del gruppo, fonti davvero insospettabili. Come l'ex segretaria di Bernasconi, Marina Camana: secondo L'Espresso, ha raccontato ai pm che «le indicazioni per l'acquisto dei diritti televisivi venivano impartite da Arcore». A questo punto entra in scena, proprio grazie alle rogatorie americane che il governo ha fatto di tutto per bloccare, un personaggio da romanzo esotico: Farouk Mohamed Agrama detto «Frank», l'interfaccia di Lorenzano in America.
Frank, lo zio d'America
Nato in Egitto, Agrama lavora come regista in Libano, poi sullo scorcio degli anni 60 approda a Roma, dove fonda la Film Associates of Rome (Far) e comincia a dirigere e produrre pellicole trash: «L'amico del Padrino», «Sesso e pazzia», «Si può fare molto con sette donne», «Queen Kong». Nel luglio '79, mentre Berlusconi fa incetta di film alla Titanus per il varo di Canale 5, si butta nel business della compravendita di programmi tv. Ma, dopo pochi mesi, vola in California per collaborare con Paramount. Nel 1983 fonda, sul Sunset Boulevard, la casa di produzione Harmony Gold. Insieme a Lorenzano, diventa l'uomo del Cavaliere a Los Angeles e fa soldi a palate, producendo film per la Berlusconi Communications e rifornendo le reti Fininvest di diritti su programmi Usa, tramite un'altra società:la Wiltshire Trading. Secondo l'accusa, anche questa società ha svolto «un ruolo di intermediario analogo a quello di Universal One e Century One» per gonfiare i conti. Cioè le tasche del Cavaliere.
Sui fondi Mediaset il bianchetto della salvaPreviti
Marco Travaglio
Più che un'indagine, quella sulla compravendita dei diritti televisivi e cinematografici Mediaset pare un monumento al conflitto d'interessi. Ma anche una grande, spettacolare gimkana. Un lungo e tortuoso slalom fra regole esistenti e nuove norme ad personam (falso in bilancio), condoni fiscali e defiscalizzazioni (legge Tremonti), ostacoli di ogni genere alle rogatorie internazionali (prima la legge che le cestinava, poi il blocco deciso da Castelli), impunità incostituzionali (Lodo Maccanico) e ora il SalvaPreviti sulla prescrizione, che in realtà è un SalvaBerlusconi. Una legge-vergogna che, se se passerà, porterà a morte sicura anche l'ultimo fascicolo aperto a Milano sul Cavaliere. Ancora una volta (sarebbe la settima) non perchè non ci sia reato. Ma per prescrizione.
I pm Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale, che lavorano a questo caso da quattro anni nel silenzio più assoluto, vanno comunque avanti. E chiudono, prima dello scadere dell'ultima proroga consentita, un lavoro che ha fruttato rogatorie in 12 paesi, 500 mila pagine di atti e 21 fogli di «avviso di conclusione delle indagini»: quello che prelude, entro un mese, alla richiesta di rinvio a giudizio. Per 14 indagati: Silvio Berlusconi (appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio), Fedele Confalonieri («solo» falso in bilancio), i presunti soci occulti Frank Agrama (cittadino Usa, già agente Paramount) e Daniele Lorenzano (ex capoacquisti Fininvest), il superconsulente inglese David Mills (marito di una ministra del governo Blair), il presunto prestanome Erminio Giraudi(mercante di carni a Montecarlo), il banchiere svizzero Paolo Del Bue, il cugino del Cavaliere Giancarlo Foscale e la moglie Candia Camaggi (responsabili della finanza svizzera), una sfilza di altri dirigenti e manager del Biscione. Stralciati Marina e Piersilvio: su di loro si continua a indagare per riciclaggio.
Una cresta dopo l'altra
L’inchiesta nasce da una costola di quella - chiusa con la prescrizione, grazie alla controriforma del falso in bilancio - sui 1550 miliardi di fondi neri Fininvest. L'attenzione dei pm si concentra su due misteriose società estere legate alla lussemburghese Silvio Berlusconi Finanziaria: la Century One e la Universal One. I loro conti svizzeri sono l'ultimo domicilio conosciuto della gran parte dei fondi neri (104 miliardi) «distratti» e dirottati «su conti bancari in Svizzera, alle Bahamas, a Montecarlo, nella disponibilità degli indagati» e «gestiti da fiduciari di Berlusconi».
Come nascono i fondi neri? Con un ingegnoso sistema di «creste» legato, appunto, all'acquisto dei diritti in America. Mediaset non li comprava direttamente. Li faceva acquistare da società off-shore, fra cui Century One e Universal One, che a loro volta li rivendevano ad altre società gemelle, in una sorta di catena di sant'Antonio: a ogni passaggio, il prezzo aumentava. Fittiziamente, secondo l'accusa. Una cresta oggi, una cresta domani: così la differenza fra il valore reale e quello gonfiato alimentava il polmone dei fondi neri. E - sostiene la Procura - a ingrassava le tasche degli indagati. Soprattutto di Silvio Berlusconi.
Ma perchè - domanda malizioso l'avvocato Niccolò Ghedini - Berlusconi avrebbe dovuto rubare «soldi suoi»? E come avrebbe fatto, visto che - è sempre Ghedini che parla - «da quando è entrato in politica nel '93 ha lasciato tutte le cariche e non può esperire alcun atto?».
Tre reati, tre moventi
La prima domanda riguarda i moventi. Che, secondo i pm, sono tre. Primo: il premier s'è messo in tasca, lui e i suoi cari, l'equivalente di 280 milioni di euro (in dollari, lire, franchi francesi e svizzeri, e persino in fiorini olandesi), ovviamente in nero (appropriazione indebita). Secondo: su quei fondi neri non ha pagato le tasse, esponendo al fisco costi fittizi per abbattere i redditi e pompare le perdite, sottraendo all'erario 124 miliardi di lire fra il 1996 e il '99 (frode fiscale). Terzo: ha gonfiato il valore dei magazzini e dunque dell'azienda, approfittandone al momento della quotazione in Borsa, avvenuta nel 1996 «sulla base di una falsa rappresentazione della consistenza patrimoniale della società». Il tutto iscrivendo nei libri contabili «maggiori costi» per «mascherare la formazione di ingenti fondi neri», «con l'intenzione di ingannare i soci e il pubblico circa la situazione patrimoniale della società» (falso in bilancio fino al 2000).
La seconda domanda di Ghedini, nell'ipotesi accusatoria, ha una risposta semplice semplice: Berlusconi finge da 12 anni di disinteressarsi di Mediaset, ma in realtà ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo. Anche nel 1994, quand'era presidente del Consiglio. E poi almeno fino al 1999, quand' era capo dell'opposizione. In quanto principale azionista, è una sorta di prestanome di se stesso.
Week end, Stato e bottega
La prova? Una serie di testimonianze che raccontano come il Cavaliere, nei week-end, non si limiti alle cantatine con Apicella. Ma abbia continuato a dare disposizioni, sull'acquisizione di quei diritti cine-tv e sull'espansione del suo impero all'estero, ai suoi uomini di fiducia. Quali? Soprattutto Carlo Bernasconi, capo della Silvio Berlusconi Communications (morto nel 2001); Oliver Novick, responsabile della Direzione corporate development (che già nel '95 aveva ammesso di aver «continuato a parlare con Berlusconi della questione Spagna fino all'estate '94»); e Lorenzano, plenipotenziario per il commercio dei film a Hollywood. L'hanno raccontato alcuni collaboratori del gruppo, fonti davvero insospettabili. Come l'ex segretaria di Bernasconi, Marina Camana: secondo L'Espresso, ha raccontato ai pm che «le indicazioni per l'acquisto dei diritti televisivi venivano impartite da Arcore». A questo punto entra in scena, proprio grazie alle rogatorie americane che il governo ha fatto di tutto per bloccare, un personaggio da romanzo esotico: Farouk Mohamed Agrama detto «Frank», l'interfaccia di Lorenzano in America.
Frank, lo zio d'America
Nato in Egitto, Agrama lavora come regista in Libano, poi sullo scorcio degli anni 60 approda a Roma, dove fonda la Film Associates of Rome (Far) e comincia a dirigere e produrre pellicole trash: «L'amico del Padrino», «Sesso e pazzia», «Si può fare molto con sette donne», «Queen Kong». Nel luglio '79, mentre Berlusconi fa incetta di film alla Titanus per il varo di Canale 5, si butta nel business della compravendita di programmi tv. Ma, dopo pochi mesi, vola in California per collaborare con Paramount. Nel 1983 fonda, sul Sunset Boulevard, la casa di produzione Harmony Gold. Insieme a Lorenzano, diventa l'uomo del Cavaliere a Los Angeles e fa soldi a palate, producendo film per la Berlusconi Communications e rifornendo le reti Fininvest di diritti su programmi Usa, tramite un'altra società:la Wiltshire Trading. Secondo l'accusa, anche questa società ha svolto «un ruolo di intermediario analogo a quello di Universal One e Century One» per gonfiare i conti. Cioè le tasche del Cavaliere.
Ricordando la "giornata del ricordo"- i perchè delle foibe
I nostri tromboni politici di destra, nella loro fogo revisionista, cercano di riscrivere la storia arrogandosi quasi la potestà politica dei nostri sventurati connazionali che subirono la violenza nel dopoguerra ,finendo ,molti nelle foibe . La violenza verso innocenti non è mai scusabile, ma non è scusabile neanche chi quella violenza la causò ,e cioè Mussolini con le sue politiche rozze e violente verso gli slavi. Caro on.Fini e corifei di destra, forse nei libri di storia di casa Almirante mancavano delle pagine....
Sintetizzo quelle pagine con una dichiarazione del priapesco trombetta , idolo pop dei nostri simpatici amici di AN (ma non solo).
"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani". Benito Mussolini, 1920
Sintetizzo quelle pagine con una dichiarazione del priapesco trombetta , idolo pop dei nostri simpatici amici di AN (ma non solo).
"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani". Benito Mussolini, 1920
Wednesday, March 02, 2005
Ricordando Mario Luzi (20-10-1914/ 28-02-2005)
E' stato ,oltre che grande Poeta, anche uno dei tanti uomini sensibili che hanno percepito da tempo la pesantezza del clima politico Bushiano-Berlusconiano . Clima di miserabili slogan ,di egoismo deflagrante, di brutale politica internazionale fondata sull'ignoranza e,soprattutto sul tornaconto economico dei potenti.
Ciao Mario.
Intervista di Renzo Cassigoli – L'UNITA' – 27/12/2003
Mario Luzi: “Povera Italia, a un passo dal regime”
“È accaduto di tutto nel 2002. Una serie di eventi disastrosi per la sopravvivenza del pianeta e per il totale disorientamento dell’uomo singolo e dell’umanità nel suo complesso”. Questa volta Mario Luzi non sembra concedere spazio all’ottimismo, nemmeno della volontà. Uno spiraglio si apre solo quando parla dei movimenti giovanili di protesta e delle manifestazioni sindacali. “Che devo dirle? Cascano le braccia ad ascoltare le notizie o le dichiarazioni insensate di chi ci governa. Si è parlato di “anno orribilis”. Non c’è altra definizione. Un Natale di guerra e di disperazione nel mondo. Sembra una di quelle storie alla Blasco Ibànez, “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”: peste, fame, guerra. È accaduto di tutto, e ancora tutto può accadere”.
I venti di guerra, professore, percorrono il mondo e soffiano sempre più forti. Il Papa dice che “Dio, disgustato, si nasconde agli uomini”. Parole destinate ancora una volta a essere ignorate?
“Dio, disgustato, si è voltato da un’altra parte”. Parole che in assoluto si possono, teologicamente, recepire in un modo o in un altro, ma il significato è inequivocabile: il comportamento dell’uomo, dei suoi organismi collettivi sociali e societari, è aberrante. Sul silenzio di Dio, teologicamente, si può avere qualche versione, non dico antitetica, ma differente, però il senso morale di quelle parole non può cadere nel vuoto. Deve essere ascoltato perché chi parla è qualcuno che ha il “polso” del mondo e dell’umanità. Vede e capisce, quel che gli altri, accecati, non vedono e non vogliono capire. Il fanatismo americano per la guerra è assurdo, è inaccettabile.
Bush, intanto, dichiara che può anche usare l’atomica.
È insensato. L’unico spiraglio è quello che ci permette di cogliere in una parte del paese, dei giovani soprattutto, la voglia di non arrendersi, di proporre, magari un po’ ingenuamente, altre strade. È qualcosa che ci incita ad aspettare il domani. Senza di ché, non varrebbe neanche la pena d’aspettarlo. La speranza è in questi movimenti, nelle manifestazioni che esprimono voglia di cambiare, che aspirano a qualcosa di più alto. Un desiderio impreciso, ma vitale. Non vedo altro.
Viviamo in un mondo dominato dall’egoismo, dalla sopraffazione Il 20% della popolazione della Terra consuma l’80% delle risorse e inquina per il 54% il pianeta, mentre un miliardo e mezzo di esseri umani vivono senz’acqua né elettricità. Possiamo assistere inerti.
È un discorso che abbiamo già fatto. Ci sono fasi della storia umana nelle quali lo scontro si fa più duro e feroce, questa è una di quelle. Dovremmo ammetterlo, finalmente: la nostra prosperità è fondata sulla disperazione di gran parte dei popoli della Terra. Forse è necessario uno scossone planetario, un evento eccezionale capace di rompere una situazione che sembra avvitarsi su sé stessa. Un trauma planetario! Prenda queste migrazioni di popoli. Sembra di vederle le moltitudini mentre si spostano in cerca di pace e di lavoro. Sono un segno dello scossone di cui parlo. Vediamo se sono tanto forti da travolgere le egoistiche difese, magari sono pregevoli come ingegneria politica, con i loro strattagemmi e istituti a difesa dei privilegi, pronti però a respingere la disperazione dei altri con la forza delle armi. Al di là delle manifestazioni “new global”, dei sindacati, di coloro che sanno come stanno le cose e si battono per cambiarle, che vogliono vivere non negando la vita agli altri, non c’è nulla che porta il sorriso. Sono loro a dimostrare che qualcosa si muove.
Veniamo al nostro Paese, professore. Lo stanno così sfigurando da non riconoscerlo più.
Da vecchio cittadino - educato in un certo modo dalle elementari all’Università, dove ho imparato e cercato di insegnare qualcosa - vedo con quale cinismo e indifferenza stanno disfacendo il Risorgimento: un secolo e mezzo di storia patria che affonda le radici in un millennio. Si parla di qualcosa di fondamentale, che ha impegnato generazioni, come si trattasse di cambiare una squadra di calcio di serie C. È indecente. Solo Ciampi sembra ogni tanto occuparsene.
Si vorrebbe riscrivere la storia, Resistenza e Costituzione inclusa. C’è un prete, Baget Bozzo, che propone di cancellare il 25 aprile.
Già, uno di quelli che vorrebbero disfarsi del Risorgimento e della Resistenza al fascismo e al nazismo. È l’espressione d’un clericalismo ottuso che ritorna in questo prete che, è stato craxiano e ora è naturalmente berlusconiano. Uno di coloro che sono contenti della disgregazione e della negazione delle ragioni costitutive dell’Italia. Tutto questo dovrebbe essere motivo di rivolta.
La giaculatoria non finisce qui. Dalla crisi economica e produttiva, con migliaia di licenziamenti alla la Fiat e nell’indotto, si arriva alla crisi dell’Università e della ricerca. Un Paese che sembra rinunciare al futuro, l’unico in cui tutti i Rettori degli atenei si sono dimessi. Un bel record!
Un Paese che costringe a queste decisioni si va abbrutendo, si va facendo selvaggio. E ce lo fanno capire, a cominciare dal capo del governo e dai suoi ministri, fino ad arrivare ad alcuni suoi “governatori”, che ormai sembrano dei ras. Non sono solito lasciarmi andare, ma non ne posso più. L’economia! Un capo di governo che aveva promesso un milione di posti di lavoro, ora propone a chi lo perde di lavorare a nero. È grottesco, se non fosse tragico. Anche in questo prevale il senso della disgregazione. Per ora non vedo molto di costruttivo. Forse qualcosa verrà. La speranza è in quelle folle che manifestano, magari accusate d’inciviltà da Berlusconi.
E che dire della Giustizia, piegata agli interessi personali del capo del governo e dei suoi accoliti. Ai funerali di Caponnetto, padre del pool antimafia, c’erano tutti, mancava solo il governo.
E questo la dice lunga. Ho visto che un pentito parlando di mafia, politica ed economia ha tirato in ballo personaggi illustri, si dice, anche Berlusconi. Ma s’è trovato il modo di farlo tacere. D’altra parte basta pensare alle ultime elezioni quando un’intera isola, la Sicilia, ha cambiato segno. Ho conosciuto poco Caponnetto, persona ferma e integra nella sua chiaroveggenza. Non ho conosciuto Falcone e Borsellino, parte di quella magistratura che è stata prima isolata, poi rimossa e, in qualche caso, uccisa. In questo Paese non si è trattato solo di alternative politiche, ma di una vera e propria presa di potere per bande. Questa è la sensazione d’un cittadino.
Pensa anche alla comunicazione, e al conflitto di interessi? Con la crisi della Fiat le mire del Cavaliere sembrano estendersi al Corriere della Sera e alla Stampa, non ancora del tutto omologati. Il Corriere soprattutto, con Sartori, Biagi, e anche Padoa Schioppa.
Certo. Si ha quasi l’impressione di una valvola di sfogo, manovrata o, diciamo, consentita, come in tutti i regimi. Ma, almeno, un certo decoro in alcuni c’era ancora. Se poi il Cavaliere si prende anche quei giornali il ciclo è completo.
Lei pronuncia la parola “regime”. Appena qualche mese fa a pronunciarla si veniva accusati di catastrofismo. Per lei la democrazia corre dei rischi?
Secondo me, sì. Rischi dissimulati, per ora. Ma ci sono già, anche se non dichiarate, delle limitazioni alla libertà. Nella stampa dove ci si adatta anche a esprimere la propria contrarietà. Hanno i colori dell’ipocrisia, ma ci sono. Basta pensare alla Rai. Si agisce per bande. Non è la contrapposizione legittima, è l’occupazione del potere, la negazione dell’altro, è la proscrizione.
Si dice che Berlusconi sia frutto di questa Italia, ma di quale Italia parliamo?
Poteva essere espresso solo in un‘epoca priva di ideali, e anche di ideologie. Ora se ne dice male, ma con tutti i difetti, le ideologie sono anche state delle spine dorsali. È espressione di un epoca allo sbando, in senso culturale e morale. Personaggi che sembrano inverosimili, inattendibili per le cose che dicono e fanno, ma che purtroppo sono reali.
Ma c’è un’altra Italia, lei dice. Quella della manifestazione “new global” a Firenze, delle grandi manifestazioni sindacali.
Certo che c’è. Guardando a questa nube che grava su tutti noi, penso a coloro, giovani in particolare, immuni dall’egoismo, penso alla forza centripeta del sindacato. È una speranza.
Una volta c’erano i partiti di massa, oggi invece sembrano separati dalle masse. Una sorta di corto-circuito. La nostra è una democrazia fondata sui partiti, come si fa a riattivare la corrente?
Non è facile, ci vuole buona volontà dalle due parti. I partiti italiani hanno sempre avuto il difetto di parlare un po’ dall’alto. Non hanno saputo ascoltare e si sono sfasciati. Devono ricostituirsi ex novo e devono riprendere il dialogo, ascoltando e parlando.
E la cultura che fa? Gli intellettuali avvertono il pericolo di cui lei parla?
È un po’ difficile trarre qualche conclusione. Mi pare, almeno, di riscontrare una certa avvertenza del pericolo illiberale che c’è in questa Casa della Libertà. Anche a Parigi, al Salone del Libro dedicato all’Italia nel marzo scorso, si ebbe quest’impressione e, in generale, l’attenzione fu desta e il “legittimo sospetto” diffuso. Certo il quadro è un po’ torbido e c’è anche chi vacilla. Le grandi case editrici, sono quasi tutte d’un padrone. Anche chi dissente e si espone, poi deve pur stampare i propri libri, magari da Mondadori, che vuol dire Berlusconi, rischiando anche d’essere messo al bando. C’è una cultura che, secondo me, è ancora arroccata su vecchie posizioni, nelle quali sembra ancora esprimersi il Pci d’una volta. C’è chi è più duttile e aperto, come Cacciari. Poi, purtroppo, qualche punto fermo è un po’ invecchiato. È un momento di grande incertezza.
Alla fine che resta, professore, un po’ d’ottimismo della speranza?
Questa volta il piatto della bilancia pende verso il pessimismo. C’è una sorta di ingorgo maligno che pesa. La speranza è nei giovani, nelle grandi masse in coloro che vogliono un futuro per sé e per i figli. L’augurio è che masse e partiti rinnovati riescano a parlarsi e ad ascoltarsi. Sa che le dico? Alla fine concludo con il verso di una mia poesia pubblicata ne “Al fuoco della controversia”: “Ancora combattimento e ancora combattimento”.
Intervista di Renzo Cassigoli – L'UNITA' – 27/12/2003
Ciao Mario.
Intervista di Renzo Cassigoli – L'UNITA' – 27/12/2003
Mario Luzi: “Povera Italia, a un passo dal regime”
“È accaduto di tutto nel 2002. Una serie di eventi disastrosi per la sopravvivenza del pianeta e per il totale disorientamento dell’uomo singolo e dell’umanità nel suo complesso”. Questa volta Mario Luzi non sembra concedere spazio all’ottimismo, nemmeno della volontà. Uno spiraglio si apre solo quando parla dei movimenti giovanili di protesta e delle manifestazioni sindacali. “Che devo dirle? Cascano le braccia ad ascoltare le notizie o le dichiarazioni insensate di chi ci governa. Si è parlato di “anno orribilis”. Non c’è altra definizione. Un Natale di guerra e di disperazione nel mondo. Sembra una di quelle storie alla Blasco Ibànez, “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”: peste, fame, guerra. È accaduto di tutto, e ancora tutto può accadere”.
I venti di guerra, professore, percorrono il mondo e soffiano sempre più forti. Il Papa dice che “Dio, disgustato, si nasconde agli uomini”. Parole destinate ancora una volta a essere ignorate?
“Dio, disgustato, si è voltato da un’altra parte”. Parole che in assoluto si possono, teologicamente, recepire in un modo o in un altro, ma il significato è inequivocabile: il comportamento dell’uomo, dei suoi organismi collettivi sociali e societari, è aberrante. Sul silenzio di Dio, teologicamente, si può avere qualche versione, non dico antitetica, ma differente, però il senso morale di quelle parole non può cadere nel vuoto. Deve essere ascoltato perché chi parla è qualcuno che ha il “polso” del mondo e dell’umanità. Vede e capisce, quel che gli altri, accecati, non vedono e non vogliono capire. Il fanatismo americano per la guerra è assurdo, è inaccettabile.
Bush, intanto, dichiara che può anche usare l’atomica.
È insensato. L’unico spiraglio è quello che ci permette di cogliere in una parte del paese, dei giovani soprattutto, la voglia di non arrendersi, di proporre, magari un po’ ingenuamente, altre strade. È qualcosa che ci incita ad aspettare il domani. Senza di ché, non varrebbe neanche la pena d’aspettarlo. La speranza è in questi movimenti, nelle manifestazioni che esprimono voglia di cambiare, che aspirano a qualcosa di più alto. Un desiderio impreciso, ma vitale. Non vedo altro.
Viviamo in un mondo dominato dall’egoismo, dalla sopraffazione Il 20% della popolazione della Terra consuma l’80% delle risorse e inquina per il 54% il pianeta, mentre un miliardo e mezzo di esseri umani vivono senz’acqua né elettricità. Possiamo assistere inerti.
È un discorso che abbiamo già fatto. Ci sono fasi della storia umana nelle quali lo scontro si fa più duro e feroce, questa è una di quelle. Dovremmo ammetterlo, finalmente: la nostra prosperità è fondata sulla disperazione di gran parte dei popoli della Terra. Forse è necessario uno scossone planetario, un evento eccezionale capace di rompere una situazione che sembra avvitarsi su sé stessa. Un trauma planetario! Prenda queste migrazioni di popoli. Sembra di vederle le moltitudini mentre si spostano in cerca di pace e di lavoro. Sono un segno dello scossone di cui parlo. Vediamo se sono tanto forti da travolgere le egoistiche difese, magari sono pregevoli come ingegneria politica, con i loro strattagemmi e istituti a difesa dei privilegi, pronti però a respingere la disperazione dei altri con la forza delle armi. Al di là delle manifestazioni “new global”, dei sindacati, di coloro che sanno come stanno le cose e si battono per cambiarle, che vogliono vivere non negando la vita agli altri, non c’è nulla che porta il sorriso. Sono loro a dimostrare che qualcosa si muove.
Veniamo al nostro Paese, professore. Lo stanno così sfigurando da non riconoscerlo più.
Da vecchio cittadino - educato in un certo modo dalle elementari all’Università, dove ho imparato e cercato di insegnare qualcosa - vedo con quale cinismo e indifferenza stanno disfacendo il Risorgimento: un secolo e mezzo di storia patria che affonda le radici in un millennio. Si parla di qualcosa di fondamentale, che ha impegnato generazioni, come si trattasse di cambiare una squadra di calcio di serie C. È indecente. Solo Ciampi sembra ogni tanto occuparsene.
Si vorrebbe riscrivere la storia, Resistenza e Costituzione inclusa. C’è un prete, Baget Bozzo, che propone di cancellare il 25 aprile.
Già, uno di quelli che vorrebbero disfarsi del Risorgimento e della Resistenza al fascismo e al nazismo. È l’espressione d’un clericalismo ottuso che ritorna in questo prete che, è stato craxiano e ora è naturalmente berlusconiano. Uno di coloro che sono contenti della disgregazione e della negazione delle ragioni costitutive dell’Italia. Tutto questo dovrebbe essere motivo di rivolta.
La giaculatoria non finisce qui. Dalla crisi economica e produttiva, con migliaia di licenziamenti alla la Fiat e nell’indotto, si arriva alla crisi dell’Università e della ricerca. Un Paese che sembra rinunciare al futuro, l’unico in cui tutti i Rettori degli atenei si sono dimessi. Un bel record!
Un Paese che costringe a queste decisioni si va abbrutendo, si va facendo selvaggio. E ce lo fanno capire, a cominciare dal capo del governo e dai suoi ministri, fino ad arrivare ad alcuni suoi “governatori”, che ormai sembrano dei ras. Non sono solito lasciarmi andare, ma non ne posso più. L’economia! Un capo di governo che aveva promesso un milione di posti di lavoro, ora propone a chi lo perde di lavorare a nero. È grottesco, se non fosse tragico. Anche in questo prevale il senso della disgregazione. Per ora non vedo molto di costruttivo. Forse qualcosa verrà. La speranza è in quelle folle che manifestano, magari accusate d’inciviltà da Berlusconi.
E che dire della Giustizia, piegata agli interessi personali del capo del governo e dei suoi accoliti. Ai funerali di Caponnetto, padre del pool antimafia, c’erano tutti, mancava solo il governo.
E questo la dice lunga. Ho visto che un pentito parlando di mafia, politica ed economia ha tirato in ballo personaggi illustri, si dice, anche Berlusconi. Ma s’è trovato il modo di farlo tacere. D’altra parte basta pensare alle ultime elezioni quando un’intera isola, la Sicilia, ha cambiato segno. Ho conosciuto poco Caponnetto, persona ferma e integra nella sua chiaroveggenza. Non ho conosciuto Falcone e Borsellino, parte di quella magistratura che è stata prima isolata, poi rimossa e, in qualche caso, uccisa. In questo Paese non si è trattato solo di alternative politiche, ma di una vera e propria presa di potere per bande. Questa è la sensazione d’un cittadino.
Pensa anche alla comunicazione, e al conflitto di interessi? Con la crisi della Fiat le mire del Cavaliere sembrano estendersi al Corriere della Sera e alla Stampa, non ancora del tutto omologati. Il Corriere soprattutto, con Sartori, Biagi, e anche Padoa Schioppa.
Certo. Si ha quasi l’impressione di una valvola di sfogo, manovrata o, diciamo, consentita, come in tutti i regimi. Ma, almeno, un certo decoro in alcuni c’era ancora. Se poi il Cavaliere si prende anche quei giornali il ciclo è completo.
Lei pronuncia la parola “regime”. Appena qualche mese fa a pronunciarla si veniva accusati di catastrofismo. Per lei la democrazia corre dei rischi?
Secondo me, sì. Rischi dissimulati, per ora. Ma ci sono già, anche se non dichiarate, delle limitazioni alla libertà. Nella stampa dove ci si adatta anche a esprimere la propria contrarietà. Hanno i colori dell’ipocrisia, ma ci sono. Basta pensare alla Rai. Si agisce per bande. Non è la contrapposizione legittima, è l’occupazione del potere, la negazione dell’altro, è la proscrizione.
Si dice che Berlusconi sia frutto di questa Italia, ma di quale Italia parliamo?
Poteva essere espresso solo in un‘epoca priva di ideali, e anche di ideologie. Ora se ne dice male, ma con tutti i difetti, le ideologie sono anche state delle spine dorsali. È espressione di un epoca allo sbando, in senso culturale e morale. Personaggi che sembrano inverosimili, inattendibili per le cose che dicono e fanno, ma che purtroppo sono reali.
Ma c’è un’altra Italia, lei dice. Quella della manifestazione “new global” a Firenze, delle grandi manifestazioni sindacali.
Certo che c’è. Guardando a questa nube che grava su tutti noi, penso a coloro, giovani in particolare, immuni dall’egoismo, penso alla forza centripeta del sindacato. È una speranza.
Una volta c’erano i partiti di massa, oggi invece sembrano separati dalle masse. Una sorta di corto-circuito. La nostra è una democrazia fondata sui partiti, come si fa a riattivare la corrente?
Non è facile, ci vuole buona volontà dalle due parti. I partiti italiani hanno sempre avuto il difetto di parlare un po’ dall’alto. Non hanno saputo ascoltare e si sono sfasciati. Devono ricostituirsi ex novo e devono riprendere il dialogo, ascoltando e parlando.
E la cultura che fa? Gli intellettuali avvertono il pericolo di cui lei parla?
È un po’ difficile trarre qualche conclusione. Mi pare, almeno, di riscontrare una certa avvertenza del pericolo illiberale che c’è in questa Casa della Libertà. Anche a Parigi, al Salone del Libro dedicato all’Italia nel marzo scorso, si ebbe quest’impressione e, in generale, l’attenzione fu desta e il “legittimo sospetto” diffuso. Certo il quadro è un po’ torbido e c’è anche chi vacilla. Le grandi case editrici, sono quasi tutte d’un padrone. Anche chi dissente e si espone, poi deve pur stampare i propri libri, magari da Mondadori, che vuol dire Berlusconi, rischiando anche d’essere messo al bando. C’è una cultura che, secondo me, è ancora arroccata su vecchie posizioni, nelle quali sembra ancora esprimersi il Pci d’una volta. C’è chi è più duttile e aperto, come Cacciari. Poi, purtroppo, qualche punto fermo è un po’ invecchiato. È un momento di grande incertezza.
Alla fine che resta, professore, un po’ d’ottimismo della speranza?
Questa volta il piatto della bilancia pende verso il pessimismo. C’è una sorta di ingorgo maligno che pesa. La speranza è nei giovani, nelle grandi masse in coloro che vogliono un futuro per sé e per i figli. L’augurio è che masse e partiti rinnovati riescano a parlarsi e ad ascoltarsi. Sa che le dico? Alla fine concludo con il verso di una mia poesia pubblicata ne “Al fuoco della controversia”: “Ancora combattimento e ancora combattimento”.
Intervista di Renzo Cassigoli – L'UNITA' – 27/12/2003
Sunday, February 27, 2005
Media e libertà. Berlusconi testimonial sbertucciato per la TV svedese
Media e libertà. Berlusconi testimonial sbertucciato per la TV svedese
Sono 41 secondi al suono di “O sole mio”, con tanto di mandolini. Davvero una “chicca” del montaggio televisivo. Uno spot pubblicitario per autopromuovere la Tv pubblica di Svezia con protagonista, suo malgrado, Berlusconi. Il messaggio è chiaro e diretto: “noi siamo una tv libera, mentre in Italia il 90% delle tv è in mano a Berlusconi che grazie a questo è diventato anche il Presidente del consiglio”. E fare da corollario a questo messaggio del tipo “Pubblicità Progresso”, la TV svedese accompagna un altro spot promozionale con il premier russo Putin protagonista. Giusto per far capire come l’Italia e la Russia si trovano sullo stesso piano, scivoloso e irto di pericoli, della libertà mediatica, vista anche la grande amicizia tra i due leader ( vi ricordate le ultime vacanze del “piccolo zar” russo in Costa Smeralda, ospite dello chansonnier Berlusconi con annessa bandana?).
Per montare lo spot con Berlusconi, la SVT ha scelto immagini “rassicuranti”, familiari, scanzonate, con il premier che saluta i suoi fans, si deterge il sudore della fronte, arringa alla folla e con frames di programmi Mediaset. Più angoscianti risultano, invece, le immagini per lo spot di Putin ( anche perché forse la Russia è ancora una “vicina ingombrante” per la Svezia?): il “piccolo zar” che parla da tutti gli schermi, i gruppi speciali antiterrorismo in azione, primi piani duri e inquietanti. Il tutto condito con una musica cupa da film spionistico.
Un plauso ai realizzatori dei due spot: sono riusciti a identificarsi con l’anima dei due paesi presi a confronto, l’Italia e la Russia, soggiogati da un regime mediatico che ne soffoca la libertà creativa, artistica e informativa.
Una energica tirata d’orecchie, invece, a quanti nel nostro paese se la prendono con le “indebite ingerenze” di un paese straniero nella politica interna di uno stato sovrano. Siamo proprio al limite del provincialismo e dell’incultura, che ha accomunato due esponenti politici come il ministro “Pinocchietto de’ Roma” Gasparri ( “non ho visto il filmato, ma per quel che mi hanno raccontato è infarcito di falsità”, ha detto al Corriere della Sera), e il senatore dei DS Franco De Benedetti, il fratello meno fortunato dell’industriale Carlo, noto per le sue idee privatizzatrici della RAI e titolare di una rubrica su Panorama, settimanale di punta della famiglia Berlusconi (“ è un’intromissione negli affari di un paese straniero…qui c’è qualcosa di peggio, perché tocca direttamente il capo del nostro governo”, sempre sul Corriere).
Chi vuole, può connettersi attraverso Articolo 21 e giudicare con i propri occhi lo spirito e la qualità dei due spot svedesi ( basta sintonizzarsi sul sito www.svt.se, entrare nel video con su scritto “Fri television” e seguire le freccette per arrivare allo spot berlusconiano). Il testo in sovrimpressione recita più o meno così: Svt: noi siamo una televisione libera. In Italia il 90% dei mass media è in mano a Silvio Berlusconi. Nel 2001, dopo un’ intensiva campagna elettorale (grazie ai propri mezzi di comunicazione) vince le elezioni. Ora è anche Presidente del Consiglio.
Nel sito si può anche leggere la filosofia, la morale, che permea il servizio pubblico svedese: “Qual è la cosa che più importa ai telespettatori?” si chiede nell’introduzione alla campagna autopromozionale la SVT, per poi dare la propria risposta tanto semplice quanto “rivoluzionaria” per chi vive oggi in Italia: “Che la TV sia indipendente. Il Parlamento svedese ha stabilito che la SVT deve limitare la presenza delle autorità, delle aziende e di altri soggetti che hanno potere”.
“Roba da matti! Sono proprio sovietici questi svedesi!”, si sarà detto nel suo salotto dorato di Palazzo Grazioli, il nostro padre-pardone dei media, mentre ascoltava con il suo fedele “strimpellatore” Mariano Apicella le note di “O sole mio”, colonna sonora allo spot.
Ora alla SVT si attendono che uno stuolo di avvocati italiani chieda una rogatoria per citare in giudizio tutto il vertice della “RAI svedese” e lo staff tecnico, realizzatore dello spot: pare che non abbiano pagato i diritti d’autore ad Apicella per la stornellata e non abbiano chiesto la liberatoria per lo sfruttamento delle immagini al testimonial Berlusconi.
Roba da matti!!!
http://www.articolo21.com/notizia.php?id=1651 17/02/2005, ore 16:18:23
Sono 41 secondi al suono di “O sole mio”, con tanto di mandolini. Davvero una “chicca” del montaggio televisivo. Uno spot pubblicitario per autopromuovere la Tv pubblica di Svezia con protagonista, suo malgrado, Berlusconi. Il messaggio è chiaro e diretto: “noi siamo una tv libera, mentre in Italia il 90% delle tv è in mano a Berlusconi che grazie a questo è diventato anche il Presidente del consiglio”. E fare da corollario a questo messaggio del tipo “Pubblicità Progresso”, la TV svedese accompagna un altro spot promozionale con il premier russo Putin protagonista. Giusto per far capire come l’Italia e la Russia si trovano sullo stesso piano, scivoloso e irto di pericoli, della libertà mediatica, vista anche la grande amicizia tra i due leader ( vi ricordate le ultime vacanze del “piccolo zar” russo in Costa Smeralda, ospite dello chansonnier Berlusconi con annessa bandana?).
Per montare lo spot con Berlusconi, la SVT ha scelto immagini “rassicuranti”, familiari, scanzonate, con il premier che saluta i suoi fans, si deterge il sudore della fronte, arringa alla folla e con frames di programmi Mediaset. Più angoscianti risultano, invece, le immagini per lo spot di Putin ( anche perché forse la Russia è ancora una “vicina ingombrante” per la Svezia?): il “piccolo zar” che parla da tutti gli schermi, i gruppi speciali antiterrorismo in azione, primi piani duri e inquietanti. Il tutto condito con una musica cupa da film spionistico.
Un plauso ai realizzatori dei due spot: sono riusciti a identificarsi con l’anima dei due paesi presi a confronto, l’Italia e la Russia, soggiogati da un regime mediatico che ne soffoca la libertà creativa, artistica e informativa.
Una energica tirata d’orecchie, invece, a quanti nel nostro paese se la prendono con le “indebite ingerenze” di un paese straniero nella politica interna di uno stato sovrano. Siamo proprio al limite del provincialismo e dell’incultura, che ha accomunato due esponenti politici come il ministro “Pinocchietto de’ Roma” Gasparri ( “non ho visto il filmato, ma per quel che mi hanno raccontato è infarcito di falsità”, ha detto al Corriere della Sera), e il senatore dei DS Franco De Benedetti, il fratello meno fortunato dell’industriale Carlo, noto per le sue idee privatizzatrici della RAI e titolare di una rubrica su Panorama, settimanale di punta della famiglia Berlusconi (“ è un’intromissione negli affari di un paese straniero…qui c’è qualcosa di peggio, perché tocca direttamente il capo del nostro governo”, sempre sul Corriere).
Chi vuole, può connettersi attraverso Articolo 21 e giudicare con i propri occhi lo spirito e la qualità dei due spot svedesi ( basta sintonizzarsi sul sito www.svt.se, entrare nel video con su scritto “Fri television” e seguire le freccette per arrivare allo spot berlusconiano). Il testo in sovrimpressione recita più o meno così: Svt: noi siamo una televisione libera. In Italia il 90% dei mass media è in mano a Silvio Berlusconi. Nel 2001, dopo un’ intensiva campagna elettorale (grazie ai propri mezzi di comunicazione) vince le elezioni. Ora è anche Presidente del Consiglio.
Nel sito si può anche leggere la filosofia, la morale, che permea il servizio pubblico svedese: “Qual è la cosa che più importa ai telespettatori?” si chiede nell’introduzione alla campagna autopromozionale la SVT, per poi dare la propria risposta tanto semplice quanto “rivoluzionaria” per chi vive oggi in Italia: “Che la TV sia indipendente. Il Parlamento svedese ha stabilito che la SVT deve limitare la presenza delle autorità, delle aziende e di altri soggetti che hanno potere”.
“Roba da matti! Sono proprio sovietici questi svedesi!”, si sarà detto nel suo salotto dorato di Palazzo Grazioli, il nostro padre-pardone dei media, mentre ascoltava con il suo fedele “strimpellatore” Mariano Apicella le note di “O sole mio”, colonna sonora allo spot.
Ora alla SVT si attendono che uno stuolo di avvocati italiani chieda una rogatoria per citare in giudizio tutto il vertice della “RAI svedese” e lo staff tecnico, realizzatore dello spot: pare che non abbiano pagato i diritti d’autore ad Apicella per la stornellata e non abbiano chiesto la liberatoria per lo sfruttamento delle immagini al testimonial Berlusconi.
Roba da matti!!!
http://www.articolo21.com/notizia.php?id=1651 17/02/2005, ore 16:18:23
Saturday, February 26, 2005
Le peggiori corporation del 2004
Le peggiori corporation del 2004
by Multinational Monitor - Trad. a cura di Vichi Saturday, Jan. 29, 2005 at 1:02 AM mail:
DI RUSSELL MOKHIBER E ROBERT WEISSMAN Traduzione a cura di Vichi http://www.comedonchisciotte.luogocomune.net/modules.php?name=News&file=article&sid=518)
Una delle regole adottate dai giudici del Multinational Monitor nella scelta delle peggiori società dell’anno è quella di non includere i nomi di chi già è apparso nell’anno precedente. (A meno di circostanze particolari.)
Per l’elenco del 2004, ciò significa che non ci sarà la Bayer (anche se nel 2004 ha cercato di introdurre in Europa il riso geneticamente modificato, ha inquinato l’acqua di un paese Africano con il carcinogeno cromo-esavalente, c’è stata la prova che il suo antidolorifico Aleve (naproxen) aumenta i rischi di attacchi cardiaci, e così via), non ci sarà la Boeing (malgrado nuove prove che indicano come lo scandalo dell’aereo cisterna, già costato decine di miliardi di dollari, sia molto peggiore di quanto sembrava), non ci sarà la Clear Channel (anche se la gigantesca emittente ha raggiunto nuovi vertici negativi con la trasmissione “Breast Christmas Ever” con cui si premiavano una dozzina di concorrenti con impianti gratis di seni finti), e nemmeno la Halliburton (implicata in una nuova serie di accuse di corruzione e contratti truffaldini, nel 2004.)
Del restante gruppo di chi aumenta i prezzi, inquina le acque, attacca i sindacati, circuisce i dittatori, insomma dei truffatori, avvelenatori, ingannatori, e malfattori in genere, abbiamo stilato, in ordine alfabetico, il seguente elenco delle 10 peggiori società del 2004.
ABBOTT LABORATORIES: Abbott fa parte dell’elenco perché ha aumentato del 400 per cento il prezzo del Norvir, un importante farmaco anti Aids, sviluppato con un ingente aiuto governativo. L’aumento però non si applica se il farmaco viene acquistato con un altro prodotto Abbott, creando così concorrenza sleale nei confronti di altri produttori e inducendo il consumatore a scegliere i prodotti Abbott sulla base del prezzo.
AIG. La più grande società assicuratrice del mondo. American International Group Inc. è stata accusata di avere istigato la PNF Financial Services a compiere una transazione fraudolenta di circa 750 milioni di dollari, per escludere dai propri libri contabili una serie di prestiti e capitali a rischio delle proprie succursali. AIG ha accettato di pagare 126 milioni di dollari per far cadere le denunce, ma se l’è cavata a poco prezzo, avendo concluso un accordo per il “rinvio del processo”, con ciò si intende che le accuse cadranno entro 12 mesi se verranno rispettati i termini dell’accordo.
COCA-COLA. I lavoratori della Coca-Cola di una fabbrica in Colombia sono stati terrorizzati per anni dalle forze para-militari di destra. Una commissione inviata per indagare, con a capo un membro del Comune di New York, ha scoperto che, fra gli altri abusi, “ci sono state 179 violazioni gravi dei diritti umani contro i lavoratori della Coca-Cola, compresi nove omicidi. Alcuni famigliari di sindacalisti sono stati rapiti e torturati.” La Coca-Cola afferma di essere contraria alla violenza anti sindacale ma che, in ogni caso, essa non era responsabile della conduzione dell’impianto di imbottigliamento (anche se ora lo è, avendo acquistato la società colombiana che lo deteneva). Nel 2004 si sono dimessi, in parte perché non hanno appoggiato una inchiesta indipendente sulle accuse colombiane, sia l’ex consulente legale sia l’ex Procuratore Generale Deval Patrick.
DOW CHEMICAL. Il più grande produttore di plastica, la Dow ha acquistato la Union Carbide nel 1999. Nella mezzanotte del 2 dicembre 1984, 27 tonnellate di gas letale fuoriuscì da una fabbrica della U.C. a Bophal, in India, causando la morte immediata di 8.000 persone e l’avvelenamento di altre migliaia. Oggi a Bophal, almeno 150.000 persone, compresi bambini nati da parenti sopravvissuti al disastro, soffrono per gli effetti correlati all’incidente come cancro, danni neurologici disturbi mestruali e malattie mentali. Dow respinge ogni responsabilità. In una dichiarazione si afferma “Anche se Dow non è mai stata proprietaria della fabbrica, abbiamo tratto lezione, come il resto dell’industria, da questo tragico accaduto, e abbiamo cercato di fare del nostro meglio perché simili fatti non si ripetino più.”
GLAXOSMITHKLINE. A seguito di alcune rivelazioni e azioni intraprese in Gran Bretagna nel 2003 e 2004, si è finalmente appreso, anche negli USA, la storia dei gravi effetti collaterali derivanti dall’uso del Glaxo Paxil ( e altri farmaci della stessa famiglia) in particolare l’effetto dipendenza e l’aumento della tendenza al suicidio fra i giovani. A giugno il Procuratore Generale Eliot Spitzer ha presentato una denuncia contro la Glaxo, accusando il gigante farmaceutico di aver soppresso le prove della nocività del Paxil contro i giovani, e di aver indotto in errore i medici. Glaxo ha respinto le accuse, ma ha accettato una nuova linea di condotta, in base alla quale saranno resi pubblici tutti i risultati delle loro ricerche. A ottobre la U.S. Food and Drug Administration, ha ordinato alla Glaxo ed ai fabbricanti di farmaci rientranti nella classe Paxil di fornire i loro prodotti con una avvertenza di massima evidenza.
HARDEE’S: Il grande produttore di fast-food si sta vantando al massimo come sia poco salubre il suo ultimo prodotto, il Monster Thickburger. “Prima c’erano i burgers, poi vennero i Thick burgers,. Ora Hardee’s vi presente la madre di tutti i burgers—il Mostro Thickburger.. Con un peso di circa 3 etti questo 100 per cento manzo Angus è un monumento alla decadenza.” Il Mostro Thickburger è un sandwich di circa 1.420 calorie. Ingerire un Thickburger è come ingerire due Big Mac o cinque MacDonald’s. Aggiungete 600 calorie di patate e avrete più di 2.000 calorie, che per la maggior parte della gente dovrebbero bastare per un’intera giornata, come afferma Michael Jacobson del Centro per la scienza nell’interesse pubblico, il quale definisce il Thickburger “porno cibo.”
MERCK: Il dottor David Graham, dipendente della Food and Drug Administration, lo chiama “forse la più grave catastrofe per un solo prodotto farmaceutico di questo paese.” Testimoniando a novembre di fronte a una commissione del Senato il dottor Graham ha citato il numero di chi ha subito negli Stati Uniti attacchi cardiaci o infarti, a causa del farmaco Vioxx, nell’ordine di 88.000 e 139.000. Ha quindi affermato che circa il 40 per cento dei colpiti, e cioè da 35.000 a 55.000 persone, sono deceduti. Secondo una ricerca condotta dal periodico “Lancet” l’inaccettabile rischio cardiovascolare rappresentato dal Vioxx era evidente sin dall’anno 2.000, cioè ben quattro anni prima che il prodotto venisse ritirato dal mercato dal suo produttore la Merck. La ditta afferma di avere comunicato immediatamente tutto quanto scoperto sulla sicurezza del Vioxx non appena ne è venuta a conoscenza, e di aver ritirato il prodotto dalla vendita subito dopo avere avuto le prove conclusive della sua pericolosità.
MCWANE: McWane Inc. è una grande ditta privata, con sede in Alabama, che costruisce tubazioni idriche e fognarie. Il New York Times, con una serie di articoli devastanti, ha rivelato il dubbio grado di sicurezza sul lavoro della ditta, e il continuo fallimento delle organizzazioni preposte al controllo della pericolosità in cantiere. Nove dipendenti hanno perso la vita in incidenti avvenuti dal 1995, di cui tre dovuti alla deliberata volontà di non adeguarsi allo standard di sicurezza previsti. Fra i 5.000 dipendenti sono state riscontrati più di 4.600 infortuni. Secondo il Times la ditta ha ostacolato gli ispettori nel loro lavoro trattenendoli ai cancelli, mentre venivano nascoste le attrezzature fuori norma. In violazione delle leggi federali sono stati manomessi i luoghi degli incidenti, prima che gli ispettori potessero intervenire. Quando infine gli ispettori hanno potuto contestare delle gravi violazioni, secondo il Times: “la sanzione inflitta dalle autorità era così ridotta che la ditta ha potuto considerarla un semplice costo aziendale”.
RIGGS BANK: Secondo un clamoroso rapporto redatto da un sottocomitato del senato USA, apparso a luglio, è risultato che la Riggs Bank, con sede a Washington D.C., ha tenuto illegalmente conti bancari dell’ex dittatore cileno Augusto Pinochet, ignorando correntemente prove di corruzione su più di 60 conti del governo della Guinea equatoriale. Anche se queste e altre attività sembrano violazioni delle regole bancarie USA, l’ufficio competente (Comptroller of the currency) non ha intrapreso nessuna azione contro la banca pur essendo venuto a conoscenza già nel 2002 di quanto succedeva. Questo comportamento presumibilmente non è estraneo al fatto che l’ispettore dell’OCC sia passato successivamente a lavorare con la Riggs. Nel maggio 2004 la banca ha dovuto pagare 25 milioni di dollari come sanzione per pratiche di riciclaggio di denaro sporco relative alla Guinea e all’Arabia saudita. Attualmente è sotto inchiesta da parte degli organi federali.
WAL-MART: Anche se oggi la Wal-Mart si trova un po’ sulla difensiva dal lato delle pubbliche relazioni, la società rimane comunque un colosso americano della vendita al dettaglio, sia in America che, sempre più, nel mondo. Il ricavato delle vendite supera un quarto di trilioni di dollari. Le entrate rappresentano il 2% del PIL USA. Per due anni di seguito è stata considerata da “Fortune” la ditta più ammirata in America. Si può dire che oggi sia la ditta più rappresentativa del momento attuale. Un fattore chiave, probabilmente il principale, che distingue il suo modo di gestire gli affari è costituito dalla pratica di sottopagare i dipendenti e di passare ad altri i propri costi. Un rapporto del febbraio 2004, da parte del deputato democratico Gorge Miller, California, ha elencato alcuni di questi costi. Il rapporto ha calcolato che un punto vendita con 200 dipendenti può risultare in un costo per i contribuenti di 420.750 dollari all’anno, circa 2.103 dollari per dipendente. Questi costi, a carico della collettività, comprendono pasti gratis o a prezzo ridotto per 50 famiglie della Wal-Mart, assistenza per gli alloggi, crediti per tasse federali e deduzioni per famiglie a basso reddito, oltre ai contributi federali per l’assistenza sanitaria di bambini appartenenti a famiglie a basso reddito.
Russell Mokhiber and Robert Weissman
Fonte:http://www.commondreams.org/views05/0124-21.htm
24.01.05
by Multinational Monitor - Trad. a cura di Vichi Saturday, Jan. 29, 2005 at 1:02 AM mail:
DI RUSSELL MOKHIBER E ROBERT WEISSMAN Traduzione a cura di Vichi http://www.comedonchisciotte.luogocomune.net/modules.php?name=News&file=article&sid=518)
Una delle regole adottate dai giudici del Multinational Monitor nella scelta delle peggiori società dell’anno è quella di non includere i nomi di chi già è apparso nell’anno precedente. (A meno di circostanze particolari.)
Per l’elenco del 2004, ciò significa che non ci sarà la Bayer (anche se nel 2004 ha cercato di introdurre in Europa il riso geneticamente modificato, ha inquinato l’acqua di un paese Africano con il carcinogeno cromo-esavalente, c’è stata la prova che il suo antidolorifico Aleve (naproxen) aumenta i rischi di attacchi cardiaci, e così via), non ci sarà la Boeing (malgrado nuove prove che indicano come lo scandalo dell’aereo cisterna, già costato decine di miliardi di dollari, sia molto peggiore di quanto sembrava), non ci sarà la Clear Channel (anche se la gigantesca emittente ha raggiunto nuovi vertici negativi con la trasmissione “Breast Christmas Ever” con cui si premiavano una dozzina di concorrenti con impianti gratis di seni finti), e nemmeno la Halliburton (implicata in una nuova serie di accuse di corruzione e contratti truffaldini, nel 2004.)
Del restante gruppo di chi aumenta i prezzi, inquina le acque, attacca i sindacati, circuisce i dittatori, insomma dei truffatori, avvelenatori, ingannatori, e malfattori in genere, abbiamo stilato, in ordine alfabetico, il seguente elenco delle 10 peggiori società del 2004.
ABBOTT LABORATORIES: Abbott fa parte dell’elenco perché ha aumentato del 400 per cento il prezzo del Norvir, un importante farmaco anti Aids, sviluppato con un ingente aiuto governativo. L’aumento però non si applica se il farmaco viene acquistato con un altro prodotto Abbott, creando così concorrenza sleale nei confronti di altri produttori e inducendo il consumatore a scegliere i prodotti Abbott sulla base del prezzo.
AIG. La più grande società assicuratrice del mondo. American International Group Inc. è stata accusata di avere istigato la PNF Financial Services a compiere una transazione fraudolenta di circa 750 milioni di dollari, per escludere dai propri libri contabili una serie di prestiti e capitali a rischio delle proprie succursali. AIG ha accettato di pagare 126 milioni di dollari per far cadere le denunce, ma se l’è cavata a poco prezzo, avendo concluso un accordo per il “rinvio del processo”, con ciò si intende che le accuse cadranno entro 12 mesi se verranno rispettati i termini dell’accordo.
COCA-COLA. I lavoratori della Coca-Cola di una fabbrica in Colombia sono stati terrorizzati per anni dalle forze para-militari di destra. Una commissione inviata per indagare, con a capo un membro del Comune di New York, ha scoperto che, fra gli altri abusi, “ci sono state 179 violazioni gravi dei diritti umani contro i lavoratori della Coca-Cola, compresi nove omicidi. Alcuni famigliari di sindacalisti sono stati rapiti e torturati.” La Coca-Cola afferma di essere contraria alla violenza anti sindacale ma che, in ogni caso, essa non era responsabile della conduzione dell’impianto di imbottigliamento (anche se ora lo è, avendo acquistato la società colombiana che lo deteneva). Nel 2004 si sono dimessi, in parte perché non hanno appoggiato una inchiesta indipendente sulle accuse colombiane, sia l’ex consulente legale sia l’ex Procuratore Generale Deval Patrick.
DOW CHEMICAL. Il più grande produttore di plastica, la Dow ha acquistato la Union Carbide nel 1999. Nella mezzanotte del 2 dicembre 1984, 27 tonnellate di gas letale fuoriuscì da una fabbrica della U.C. a Bophal, in India, causando la morte immediata di 8.000 persone e l’avvelenamento di altre migliaia. Oggi a Bophal, almeno 150.000 persone, compresi bambini nati da parenti sopravvissuti al disastro, soffrono per gli effetti correlati all’incidente come cancro, danni neurologici disturbi mestruali e malattie mentali. Dow respinge ogni responsabilità. In una dichiarazione si afferma “Anche se Dow non è mai stata proprietaria della fabbrica, abbiamo tratto lezione, come il resto dell’industria, da questo tragico accaduto, e abbiamo cercato di fare del nostro meglio perché simili fatti non si ripetino più.”
GLAXOSMITHKLINE. A seguito di alcune rivelazioni e azioni intraprese in Gran Bretagna nel 2003 e 2004, si è finalmente appreso, anche negli USA, la storia dei gravi effetti collaterali derivanti dall’uso del Glaxo Paxil ( e altri farmaci della stessa famiglia) in particolare l’effetto dipendenza e l’aumento della tendenza al suicidio fra i giovani. A giugno il Procuratore Generale Eliot Spitzer ha presentato una denuncia contro la Glaxo, accusando il gigante farmaceutico di aver soppresso le prove della nocività del Paxil contro i giovani, e di aver indotto in errore i medici. Glaxo ha respinto le accuse, ma ha accettato una nuova linea di condotta, in base alla quale saranno resi pubblici tutti i risultati delle loro ricerche. A ottobre la U.S. Food and Drug Administration, ha ordinato alla Glaxo ed ai fabbricanti di farmaci rientranti nella classe Paxil di fornire i loro prodotti con una avvertenza di massima evidenza.
HARDEE’S: Il grande produttore di fast-food si sta vantando al massimo come sia poco salubre il suo ultimo prodotto, il Monster Thickburger. “Prima c’erano i burgers, poi vennero i Thick burgers,. Ora Hardee’s vi presente la madre di tutti i burgers—il Mostro Thickburger.. Con un peso di circa 3 etti questo 100 per cento manzo Angus è un monumento alla decadenza.” Il Mostro Thickburger è un sandwich di circa 1.420 calorie. Ingerire un Thickburger è come ingerire due Big Mac o cinque MacDonald’s. Aggiungete 600 calorie di patate e avrete più di 2.000 calorie, che per la maggior parte della gente dovrebbero bastare per un’intera giornata, come afferma Michael Jacobson del Centro per la scienza nell’interesse pubblico, il quale definisce il Thickburger “porno cibo.”
MERCK: Il dottor David Graham, dipendente della Food and Drug Administration, lo chiama “forse la più grave catastrofe per un solo prodotto farmaceutico di questo paese.” Testimoniando a novembre di fronte a una commissione del Senato il dottor Graham ha citato il numero di chi ha subito negli Stati Uniti attacchi cardiaci o infarti, a causa del farmaco Vioxx, nell’ordine di 88.000 e 139.000. Ha quindi affermato che circa il 40 per cento dei colpiti, e cioè da 35.000 a 55.000 persone, sono deceduti. Secondo una ricerca condotta dal periodico “Lancet” l’inaccettabile rischio cardiovascolare rappresentato dal Vioxx era evidente sin dall’anno 2.000, cioè ben quattro anni prima che il prodotto venisse ritirato dal mercato dal suo produttore la Merck. La ditta afferma di avere comunicato immediatamente tutto quanto scoperto sulla sicurezza del Vioxx non appena ne è venuta a conoscenza, e di aver ritirato il prodotto dalla vendita subito dopo avere avuto le prove conclusive della sua pericolosità.
MCWANE: McWane Inc. è una grande ditta privata, con sede in Alabama, che costruisce tubazioni idriche e fognarie. Il New York Times, con una serie di articoli devastanti, ha rivelato il dubbio grado di sicurezza sul lavoro della ditta, e il continuo fallimento delle organizzazioni preposte al controllo della pericolosità in cantiere. Nove dipendenti hanno perso la vita in incidenti avvenuti dal 1995, di cui tre dovuti alla deliberata volontà di non adeguarsi allo standard di sicurezza previsti. Fra i 5.000 dipendenti sono state riscontrati più di 4.600 infortuni. Secondo il Times la ditta ha ostacolato gli ispettori nel loro lavoro trattenendoli ai cancelli, mentre venivano nascoste le attrezzature fuori norma. In violazione delle leggi federali sono stati manomessi i luoghi degli incidenti, prima che gli ispettori potessero intervenire. Quando infine gli ispettori hanno potuto contestare delle gravi violazioni, secondo il Times: “la sanzione inflitta dalle autorità era così ridotta che la ditta ha potuto considerarla un semplice costo aziendale”.
RIGGS BANK: Secondo un clamoroso rapporto redatto da un sottocomitato del senato USA, apparso a luglio, è risultato che la Riggs Bank, con sede a Washington D.C., ha tenuto illegalmente conti bancari dell’ex dittatore cileno Augusto Pinochet, ignorando correntemente prove di corruzione su più di 60 conti del governo della Guinea equatoriale. Anche se queste e altre attività sembrano violazioni delle regole bancarie USA, l’ufficio competente (Comptroller of the currency) non ha intrapreso nessuna azione contro la banca pur essendo venuto a conoscenza già nel 2002 di quanto succedeva. Questo comportamento presumibilmente non è estraneo al fatto che l’ispettore dell’OCC sia passato successivamente a lavorare con la Riggs. Nel maggio 2004 la banca ha dovuto pagare 25 milioni di dollari come sanzione per pratiche di riciclaggio di denaro sporco relative alla Guinea e all’Arabia saudita. Attualmente è sotto inchiesta da parte degli organi federali.
WAL-MART: Anche se oggi la Wal-Mart si trova un po’ sulla difensiva dal lato delle pubbliche relazioni, la società rimane comunque un colosso americano della vendita al dettaglio, sia in America che, sempre più, nel mondo. Il ricavato delle vendite supera un quarto di trilioni di dollari. Le entrate rappresentano il 2% del PIL USA. Per due anni di seguito è stata considerata da “Fortune” la ditta più ammirata in America. Si può dire che oggi sia la ditta più rappresentativa del momento attuale. Un fattore chiave, probabilmente il principale, che distingue il suo modo di gestire gli affari è costituito dalla pratica di sottopagare i dipendenti e di passare ad altri i propri costi. Un rapporto del febbraio 2004, da parte del deputato democratico Gorge Miller, California, ha elencato alcuni di questi costi. Il rapporto ha calcolato che un punto vendita con 200 dipendenti può risultare in un costo per i contribuenti di 420.750 dollari all’anno, circa 2.103 dollari per dipendente. Questi costi, a carico della collettività, comprendono pasti gratis o a prezzo ridotto per 50 famiglie della Wal-Mart, assistenza per gli alloggi, crediti per tasse federali e deduzioni per famiglie a basso reddito, oltre ai contributi federali per l’assistenza sanitaria di bambini appartenenti a famiglie a basso reddito.
Russell Mokhiber and Robert Weissman
Fonte:http://www.commondreams.org/views05/0124-21.htm
24.01.05
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